Associazione P.K.

Il dott. Roberto Smacchia è il socio fondatore della Associazione PK che ha come scopo la promozione e la diffusione della cultura e dei metodi terapeutici della Medicina integrata e in particolare la promozione e diffusione del metodo terapeutico PKrep ovvero "Psicologia e Kinesiologia per una riprogrammazione emozionale profonda".
Continua...

  Prefazione al testo: "Nuove tipologie in Medicina naturale"
(per cominciare a capirci qualcosa)

"Ci sono più cose in cielo e in terra,
Orazio, di quante ne sogni la tua flosofia."    

Shakespeare,  Amleto

Volendo  trattare in  modo serio di una questione seria  come quella omeopatica, occorre innanzitutto collocarla in un adeguato contesto, che in questo caso corrisponde al tentativo umano millenario di ripristino e mantenimento della condizione di salute. E in secondo luogo, per non perdersi dietro il pregiudizio del già detto, occorre il più possibile  ripartire dall'inizio, dalla "origine ".
Senza la pretesa di dire tutto, si tenterà pertanto di offrire alcuni spunti sintetici di riflessione.

1- E'  risaputo che, in un certo senso, la Medicina  nasce con l'uomo, infatti possediamo estese documentazioni di ciò fin dall'antichità più remota.
Ma a dispetto di quanto siamo stati indotti perlopiù a pensare, fin dall'antichità sono stati sviluppati sistemi e strumenti terapeutici di eccezionale valore ed efficacia. Certamente non basta dire "antico" per dire "buono", sia in Medicina che in altri settori, ma basta anche una sommaria (purché attenta) documentazione sui sistemi terapeutici delle grandi civiltà del passato per rimanere pieni di stupore di fronte alle tante conoscenze e intuizioni sviluppate e praticate in campo medico e non solo.
D'altra parte come avrebbero fatto tante scuole e tradizioni sanitarie a resistere ai secoli e addirittura ai millenni se non avessero offerto dei risultati a dir poco eccellenti?
Noi moderni  viviamo col passato un rapporto un poco schizofrenico. Da una parte accumuliamo oggetti antichi nei nostri musei; li vendiamo o acquistiamo a prezzi esorbitanti; paghiamo per ammirare  opere d'arte d'altri tempi; ci sforziamo di copiare antichi gioielli  e inoltre ci lamentiamo  costantemente del presente che viviamo, confrontandolo spesso appunto col passato. Ma dall'altra non saremmo mai disposti a mettere in crisi quello che sembra essere il dogma centrale della mentalità moderna e cioè che il nostro livello di civiltà è in assoluto il migliore mai apparso sulla faccia della terra. Come se ciò di cui disponiamo oggi a tutti i livelli non fosse neppure confrontabile col passato, perché sarebbe come confrontare il buio con la luce: un confronto impossibile.
Gli antichi e le loro opere sono guardati come spesso si guardano le formiche o le api. Il loro darsi da fare è interessante, le loro costruzioni geometriche sono ammirevoli ma sostanzialmente non hanno nulla da spartire con noi e nulla da insegnarci di veramente utile.
Un pò come tanti nipoti guardano oggi i loro nonni: persone buone che solitamente concedono anche troppo ma sostanzialmente stupide, che hanno capito ben poco e ben poco hanno da insegnare  sulla vita.
Mentre una volta si guardava con rispetto  ciò che era antico o  chi semplicemente era più grande, oggi lo si guarda con una certa tenerezza che nasconde però un sostanziale disprezzo.
Tale atteggiamento iniziato in modo sistematico con il fenomeno dell'illuminismo ha trovato però terreno ancor più fertile  nella mentalità moderna dell' "usa e getta", tanto che oggi si tende spesso a considerare già fuori dalla storia qualcosa o qualcuno che non rappresenti la schiuma della moda del momento. Ma a considerare con effettiva attenzione le opere degli antichi molto spesso si rimane veramente senza fiato. L'armonia e l'imponenza di tante opere architettoniche; i canali di irrigazione; i sistemi di navigazione; i ponti sul mare; i sistemi filosofici; i concetti estetici; gli studi di astronomia; i sistemi bellici; le terribili catapulte; gli archi ad altissima potenza; la lavorazione dei metalli e infine gli strumentari medici.
Nel leggere certi insulsi commenti quotidiani di "esperti" su giornali e riviste, viene spontaneo domandarsi come abbiano fatto in passato le persone a curarsi e sopravvivere. Come mai non sono morti tutti visto che soltanto noi possediamo l'unica Medicina seria ed efficace di tutta la storia ? Poi di fronte alla meraviglia rappresentata dalle piramidi egizie ed altre opere del genere si è come costretti a tirare in ballo addirittura gli extraterrestri, perché ovviamente i conti non tornano.
Inoltre la nostra rilettura del passato, viziata dalla concezione moderna del reale, dimentica facilmente almeno due questioni. Primo, ciò che è pervenuto fino ai nostri giorni di tutta la pratica medica del passato è per forza di cose soltanto ciò che si è salvato dall'usura del tempo. Un pò come le ossa di un morto o la pelle incartapecorita delle mummie, o ancora i resti tranciati di colonnati marmorei cadenti che però in qualche sforzo di ricostruzione, con l'aiuto della fantasia o del computer, si mostrano di una bellezza travolgente.
Secondo, tendiamo anche facilmente a dimenticare che per una seria valutazione di un sistema terapeutico occorrerebbe considerare anche il contesto (sociale, culturale, economico, religioso etc.) relativo al luogo e al tempo in questione. Per cui ciò che in certi contesti attuali sarebbe forse  non facilmente proponibile  e di non semplice accettazione, in altri risulterebbe invece perfettamente consono.
Infine, anche se le conoscenze mediche e le strumentazioni tecniche di tipo terapeutico non sono sempre state perfettamente correlate con il livello di civiltà di un dato popolo, va però detto che al tramontare di una civiltà e perciò di un contesto culturale, prima ancora che tecnico, i grandi sistemi medici sono rimasti come bloccati, esclusi e almeno parzialmente dimenticati, per poi ricominciare lentamente quasi da zero, perdendo per strada molto spesso capacità e conoscenze che un tempo erano pratica diffusa e quotidiana. Come scrive L. O. Speciani: "Molte tecniche a torto ritenute moderne sono state già largamente utilizzate, poi travolte e dimenticate per nuove mode, e magari riscoperte e ridimenticate".(1)

2- Nel corso del secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle, si è assistito ad un nuovo tipo di presa di coscienza personale che ha portato tra le altre cose a quella che è stata chiamata l' "introduzione del soggetto in Medicina" e che corrisponde ad una più o meno generale coscienza del diritto dell'uomo alla salute. Dal diritto alla salute si è passati poi facilmente al diritto alla guarigione; atteggiamento che ha portato in molti casi a vere e proprie forme di "ribellione" del soggetto.
Ma d'altra parte, mentre è sempre accaduto, in Medicina come in altri settori, che metodiche operative sorte in precisi contesti abbiano poi fatta molta fatica e ad imporsi in ambienti diversi, in quest'ultimo scorcio di storia, in questi ultimi 50 anni è accaduto qualcosa che non era mai accaduto prima e cioè che un sistema terapeutico abbia preteso per sè l'assoluta egemonia, spodestando tutti gli altri come fa di solito un cuculo nel nido che non è mai suo.
Tutto il resto, tutto quello che non era omologabile nel sistema organicistico-farmacologico è stato censurato, escluso, deriso e naturalmente non è mai stato inserito nelle prestazioni sanitarie a carico dello stato. Tale operazione è stata fortemente favorita dai fenomeni dello statalismo sempre più dilagante e dal costituirsi per la prima volta nella storia di una reale cultura di massa.
Così ritmando gli slogan  più classici: " tutti hanno diritto alla salute " e " tutti sono liberi " si è alimentato un unico sistema terapeutico a scapito di tutti gli altri che, stranamente, avrebbero comportato dei costi economici molto inferiori.
Inoltre essendo quella della cultura di massa un fenomeno che non richiede l'imposizione diretta e chiaramente coercitiva di precise norme, in quanto si basa invece sulla lenta e quotidiana convinzione, insieme ad un progressivo appiattimento delle coscienze si è andata perdendo  nel tempo anche la stessa idea che potesse esistere qualcos'altro di valido e concreto in tema di salvaguardia della salute, e non solo. Parafrasando il grande poeta inglese T. S. Eliot, si può dire che non era mai esistito prima un tempo in cui si proclamava così tanto la libertà e i diritti inalienabili della persona e allo stesso tempo si negassero concretamente tale libertà di scelta e tali fondamentali diritti. Come pare che non sia mai accaduto prima che uno specifico sistema terapeutico si presentasse come unico ,totale ed assoluto quando invece rappresenta soltanto una parte del tutto. (2)
Tra l'altro l'operazione è stata così metodica e totalitaria che purtroppo quasi tutti si sono accodati, anche coloro che avrebbero avuto il compito di difendere l'uomo nella sua integralità. Invece anche chi ha tentato di uscire dal coro ha sviluppato tuttalpiù una serie di opere di assistenza, certamente importanti e valide ma senza mai arrivare a smascherare  la reale perversione del sistema egemonico che si andava instaurando in Medicina.
Per poter parlare di perversione non occorre stabilire che tutte le ricerche e le metodiche sviluppate negli ultimi decenni dalla Medicina ufficiale siano sbagliate o inutili. Questo infatti non è certamente sostenibile perché tante acquisizioni e metodiche terapeutiche sono sicuramente utili e positive ma non va dimenticato che, come è stato già detto,  anche una palese verità può diventare menzogna quando pretende di essere unica e assoluta.
Tra l'altro questo modo di procedere ha condotto anche all'equivoco di identificare la Medicina con le medicine.Come dice ancora Speciani " un altro errore di mira, prevalente nell'epoca cosiddetta "scientifica", tende a identificare la Medicina con le medicine. Cioè con gli strumenti tecnici del suo progresso applicativo, dai medicamenti alle attrezzature chirurgiche.... E' invece incontestabile che l'apparato strumentale medico, sempre più fascinoso per le meraviglie che ogni nuovo giorno ci regala, si rivela ad una critica disinibita come la parte meno valida della Medicina. Esso infatti ha seguito nei millenni la stessa sorte di tutte le realizzazioni tecniche dell'uomo, cioè la insopprimibile tendenza a una durata sempre minore, sia per il continuo superamento operativo sia per la sottomissione alle assurde leggi della moda, della novità o del diverso, nel rifiuto acritico di tutte le realizzazioni precedenti".(3)
In ogni caso il gioco è durato praticamente indisturbato per non più di 20-30 anni perché a partire dagli anni 70 del secolo appena concluso molte persone dei paesi più sviluppati, pur disponendo almeno sulla carta del sistema medico "più perfetto e sicuro del mondo"  e che prometteva a breve termine la sconfitta di tutte le malattie, sono andate alla ricerca di altri sistemi,vecchi e nuovi, che fossero in grado di rispondere più adeguatamente alle reali esigenze di salute dell'essere umano.
E quando tali metodiche, come  fuoco che covava sotto la cenere, hanno ricominciato a diffondersi avendo trovato ovviamente il gradimento di tanti pazienti e di numerosi medici, invece di tentare un'utile integrazione con il sistema medico ufficiale sono state prontamente definite da quest'ultimo come "prive di validità", "non scientifiche ",
"non provate"(sic!) anche se spesso avevano alle spalle secoli e millenni di storia ed erano state fruite da miliardi di esseri umani. Tra queste medicine " non convenzionali ",
"non scientifiche", "di non provata efficacia" una delle più illustri è sicuramente rappresentata dall'omeopatia, di cui ci occuperemo in maniera particolare in seguito.
Ora mio parere la prima questione in assoluto da porre non è tanto se tali sistemi terapeutici vadano forniti più o meno gratuitamente dallo stato e neppure di quali strumenti possiamo disporre per dimostrare subito in modo incontestabile e definitivo la loro efficacia. Esiste certamente un problema di parità e di libertà di scelta del cittadino che prima o poi andrà debitamente affrontato  ma non ritengo che sia il primo passo da fare. La questione prioritaria pare essere piuttosto quella di domandarsi se quello della Medicina ufficiale sia un sistema talmente perfetto o perfettibile  da non potersi concepire alternative o integrazioni ad esso e perciò degno di essere difeso a spada tratta da qualsiasi altra ingerenza o confusione; come si difende uno stato libero per il timore di ricadere sotto una spietata e già sperimentata tirannia o se, al contrario, la posizione più umana e corretta di ogni operatore sanitario non sia piuttosto quella di porsi in umile ascolto della domanda di salute della persona  che deborda sempre e comunque sia le nostre conoscenze tecniche, sia i nostri strumenti terapeutici. Per tentare di rispondere a tale umana domanda nella maniera più adeguata e completa possibile, senza inutili chiusure e preconcetti, sapendo essere perciò disponibili a usare con libertà di tutto quanto dimostri una sua validità  pratica.
" Questo procedimento, tra l'altro, non ha assolutamente nulla di antiscientifico né di extramedico. C'è solo la sconfessione necessaria di un dogmatismo cieco e dittatoriale, che riserva a se stesso l'ortodossia e  preferisce affogare con l'umanità piuttosto che salvarla e salvarsi con una semplice concessione all'umiltà. Il diverso comportamento che proponiamo è invece l'unico ortodosso sul piano metodologico, tanto da coincidere con il metodo della ricerca sperimentale galileiano (" Provando e riprovando") che ha fatto nascere la vera scienza. In esso la libera e tempestiva scelta di ogni possibile alternativa è la prima radice del successo.
L'attuale resistenza a questo atteggiamento scientifico si basa su un  paradossale equivoco, cioè l'esistenza di un'altra Medicina. Ma questo fantasma semplicemente non esiste. La Medicina, intesa nella sua esatta definizione di arte del guarire, è ora, come è sempre stata fin dall'inizio dei tempi, "una e sola".(4)
Per essere ancora più precisi, il sistema medico che oggi pretende per sè l'assoluta egemonia, poggia le sue basi su una specifica metodica detta "allopatia".
"L'allopatia, o dottrina medica dei contrari, risale come sistema a una setta di guaritori fiorita in Asia Minore nel primo secolo a.C. Il suo principio è tanto semplice da risultare l'ovvia applicazione del buon senso: a chi ha la febbre si applicano le compresse fredde sulla fronte; a chi rabbrividisce  si danno le coperte o lo scaldino, o, per via interna, una tisana o un grog bollente... In forma dottrinale fu codificata nel II secolo d.C. da Galeno: ''contraria contrariis curantur''...... "(5)
Su una concezione ben diversa si basa invece l'omeopatia il cui indirizzo si può sintetizzare nella frase "similia similibus curantur" perché cerca di stimolare la reattività vitale del paziente con rimedi che possiedono caratteristiche e azioni simili alla patologia che si intende guarire.E si propone così "come la strada maestra per arrivare alla concezione unitaria della malattia, sfruttando i segnali  (sintomi) offerti dalla riscoperta unità psicofisica dell'uomo".(6) Tra l'altro tale metodica,elaborata compiutamente da C. S. Hahnemann nel 18° secolo, è già ben presente nell'opera di Ippocrate.

3- Nel mondo contemporaneo c'è come una parola magica che si impiega spesso allorché  in una qualche discussione di un certo livello vengano a mancare altre argomentazioni. E' la parola "scientifico" e siccome tale termine pare equivalere a "vero e indiscutibile " lo si usa spesso in varie occasioni per chiudere la bocca all'avversario.
Peccato che anche tra scienziati ed esperti di fama mondiale si pretendano "scientifiche" posizioni o tesi del tutto opposte e contrastanti fra di loro. Succede per esempio che anche i dati numerici "scientificamente indiscutibili" relativi all'andamento economico di una nazione o a  infiniti altri settori vengano impugnati e offerti a sostegno di tesi praticamente opposte.
Non sarà inutile ricordare, in estrema sintesi, che  la scienza moderna nasce con l'impiego del metodo sperimentale  e con l'intento primario di rendere appunto sperimentabile, dimostrabile una qualsiasi ipotesi, e che però presenta al tempo stesso una intrinseca equivocità, avendo due facce come il  dio Giano. Infatti gli unici dati sperimentali che tengono, che non siano in pratica immediatamente soggetti all'opinione, sono quelli di tipo fisico-matematico, cioè quelli per cui è possibile una precisa misurazione di peso, volume, temperatura, velocità etc. Ma per sottoporre ad analisi fisico-matematica un qualsiasi fenomeno o corpo minimamente complesso occorre scomporlo, sezionarlo, ridurlo, farlo a pezzi , almeno in senso figurato, o comunque considerare soltanto un singolo aspetto della questione.
Inoltre andrebbe sfatata una volta per tutte, la pretesa neutralità della scienza. Dietro ogni verifica e ogni esperimento c'è sempre e comunque la scelta di un soggetto che decide di studiare una cosa invece di un'altra; di verificare un'ipotesi, un prodotto, un rimedio, impiegando specifiche metodologie; privilegiando una direzione invece di un'altra; per non parlare poi dell'impiego  diversissimo che può essere fatto del dato sperimentale.
Da una parte dunque non può mai esistere una scienza del tutto neutrale e nessun dato assoluto, neppure studiando le particelle che compongono l'atomo; dall'altra l'insistenza sulla scientificità diventa facilmente il luogo di false dimostrazioni quando si pretende di fornire definizioni esatte e definitive sui corpi e sui meccanismi complessi come, per esempio, l'essere umano e il problema della salute e della malattia.
La salute in definitiva non può essere valutata col metodo fisico-matematico, per il semplice motivo che riguarda la globalità della persona e cioè ha a che fare con tutta la persona che è almeno: corpo, mente, energia e spirito.
Per poter dare un senso logico a tale scomposizione della persona la scienza moderna  è costretta a sposare la concezione riduzionista che coincide con la pretesa che ogni cosa si possa comprendere esaminando le parti che la compongono. Per capire dunque una persona basterebbe scomporla, aprirne il corpo, mettendo in mostra organi, apparati e ghiandole.
In merito a questo vorrei fare subito due brevissime considerazioni. Primo, c'è una posizione dunque di tipo pre-scientifico, che viene cioè prima ancora del mero dato scientifico e dunque non è neutrale. Secondo, se è già arduo utilizzare tale sistema lavorando su delle macchine, figuriamoci quando si tratti di un essere umano. E poi chiaramente tutto quello che sfugge alla vista e alla misurazione esatta non trova asilo in questa posizione e anche prevedendo di poter guardare le parti con sempre maggior precisione, l'arrivo ad una visione d'insieme diventa simile alla ricostruzione di un impossibile puzzle.
Come avverte il premio Nobel K. Lorenz ( Gli otto peccati capitali dell'Umanità) " nella biologia la moda di imitare la fisica come scienza esatta  trascura la struttura estremamente complessa cui dà luogo l'incastro dei sottosistemi."
"Per questo dal 600 ad oggi lo studio, la conoscenza (e il trattamento) dell'uomo sono stati compiuti a pezzi, ed ogni pezzo si è ulteriormente frammentato in  altri più piccoli, sempre meno rassomiglianti all'uomo intero. Nel tempo presente siamo finalmente arrivati al punto critico, dove comincia ad essere riconosciuto l'errore epistemologico dell'analisi senza sintesi. Ma nessun empirico tentativo di tornare alla sintesi (per esempio la riconosciuta necessità universitaria dei dipartimenti didattici) potrà mai riparare a 400 anni di deviazioni metodologiche, se non sarà vivificato da un rinnovante battesimo della sostanza della medicina".(7)
Risulta invece molto più ragionevole la considerazione
" che le parti non hanno senso se non rispetto al tutto. Solo collocata nel suo insieme la parte è quella che è. L'emergenza di un livello  superiore di complessità dà alle parti un senso, una funzione, un valore che prima non possedevano. Un  bulbo oculare senza nervo e senza cervello è un non senso biologico. Prima che emerga un tutto, le parti sono oggetti senza senso o con  un loro senso diverso, ovviamente non parti di un tutto."(8)E inoltre " le molecole non fanno le cellule e gli organi non spiegano l'organismo. L'emergenza della vita richiede qualcosa di nuovo, di inedito, che le sue parti non conoscono".(9)
O come si legge su un antichissimo testo indiano " l'organo palesemente infermo  non deve essere curato come avulso dalla unità di cui fa parte, ma invece considerato nel quadro generale, nelle interazioni con tutto il resto e nella resistenza complessiva dell'organismo".(10)
Per osservare un microrganismo o delle cellule malate sono costretto ad usare il microscopio, uno strumento che mi permette cioè di ingrandire alcune migliaia di volte un particolare e contemporaneamente però restringe di altrettante volte la mia visione dell'insieme che, a proposito di salute, è rappresentata, come già detto, soltanto dalla globalità dell'essere umano.
La stessa cosa accade se punto la mia attenzione sulla struttura o sulla patologia di un organo  sganciandolo  da tutto il resto. Si potrà affermare: "esiste una alterazione cellulare o tissutale; c'è un processo patologico in atto; urge intervenire con i mezzi tecnici conosciuti". E si potrebbe inoltre dire con tutta sicurezza che ciò è incontestabile perché è dimostrabile, è misurabile, è quantificabile; in una parola, è scientifico. Si sa bene che c'è dell'altro, cioè un insieme (l'organismo ) di cui l'organo è parte ma in pratica la cosa non interessa direttamente perché si è già raggiunta una conoscenza dimostrabile di un particolare. Il resto c'è, ma in pratica è come se non ci fosse.
Pertanto la conoscenza del particolare dovrebbe sempre essere integrata da tutti gli altri dati disponibili, molti dei quali sfuggono sia alla visione del microscopio, sia alla misurazione più o meno esatta per mezzo di qualsiasi altro strumento tecnico. Infatti un tempo la conoscenza medica più prettamente tecnica era sempre accompagnata da studi antropologici e filosofici , proprio nell'intento di riuscire a cogliere il più possibile la realtà  senza censurare l'oggetto della propria investigazione. Solo così la scienza e il metodo sperimentale possono essere ricollocati al loro posto e  offrire così il loro prezioso contributo; quando cioè non si pongono e non si pretendono quali dati assoluti, isolati e indiscutibili.
Una delle ragioni per le quali si tende a credere ancora nella assoluta bontà della scienza  è l'ignoranza dei " macroscopici infortuni di giudizio che hanno da sempre oscurato la storia delle conquiste scientifiche.... basta ricordare l'ostetrico ungherese J. S. Semmelweiss. Nel 1847, giovane assistente ventinovenne a Vienna, egli scoprì la causa (infezione) della febbre puerperale che uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Impose allora nel suo reparto a tutti medici e ostetriche  un accuratissimo lavaggio delle mani (lo stesso usato a tutt'oggi dai chirurghi), ogni volta che visitavano una madre in travaglio; con il che la mortalità nelle sue corsie cadde quasi a zero, mentre nelle altre persisteva altissima. Ma l'aver scoperto nel medesimo tempo la causa e la cura di un flagello secolare, nonché il concetto e la pratica della moderna asepsi,  gli valse solo l'espulsione dall'ospedale di Vienna e in seguito persino dalla cattedra universitaria di Budapest, offertagli nel 1855. Vittima delle più crudeli persecuzioni morì a 47 anni, in manicomio.... e ancora il dentista americano W. T. G. Morton, inventore dell'anestesia con etere, rovinato professionalmente e lasciato morire nella miniseria più scandalosa; o l'infortunio dell'intero senato accademico di Wurzburg nei confronti del suo rettoreW. C. Roentgen, irriso quale demente quando (1896) presentò ai suoi fisici la scoperta dei raggi X....... e infine, tra mille altre topiche che tralasciamo, A. Einstein, la cui teoria della relatività (1905) risultò così conturbante per gli esperti da fargli attribuire il premio Nobel per la fisica non soltanto in ritardo (1921), ma evitando accuratamente di citarla nella motivazione.
Un tempo tuttavia l'infortunio era privato, e solo il tardivo riconoscimento era pubblico, cosicché il mito della scienza infallibile ne godeva- immeritatamente- i riflessi. Oggi le manca l'elasticità del ripensamento, per la ripresa diretta di ogni suo passo importante, e così avviene che i medici siano ogni giorno più confusi e la gente disincantata.
... Un qualificatissimo  ricercatore (G. Mathè, direttore dell'Istituto di Cancerologia e Immunogenetica dell'Hopital P. Brousse di Villejuif, Francia) in un riassunto sulle conquiste di oncologia..... scrive testualmente "Il n'est pas impossible qu'actuellement, avec cette mode des chimiotèrapie "totales", cette mètode thèrapeutique tue plus de malades qu'elle n'en guèrit". Ma provate a consigliare a un paziente o a un parente di rifiutare la chemioterapia, e daranno a voi dell'assassino, quasi che vi rifiutaste di tendere l'unica mano soccorritrice al malato caduto nella fossa dei serpenti!"(11)
Il fatto è" che spesso le scoperte veramente fondamentali vengono ignorate perché troppo grandi o non ancora differite, in favore di apporti esclusivamente tecnologici presto superati, se non peggio ".(12)
Ed ecco un esempio del  " peggio ". " Nel 1948 il Premio (sempre per fisiologia e medicina) fu concesso a P. H. Muller "per la sua scoperta dell'alta efficacia del DDT come veleno da contatto contro numerosi artropodi ". Oltre che contro gli artropodi, purtroppo agisce anche contro di noi. Ora, ricordando la motivazione statutaria dei premi ("per il massimo beneficio dell'umanità") e la nostra tragica lotta attuale contro il veleno cellulare che ha invaso tutto il nostro ambiente e noi stessi anche prima di nascere, del quale non ci potremo liberare in meno di altri 100 anni, e di fronte persino alla sua accertata cancerogenicità, dobbiamo dedurne che neppure la scienza al suo massimo livello (le persone singole sono in questo caso fuori discussione) riesce a vedere più in là del suo stesso naso, ed è incapace di attingere una sintesi globale e soprattutto di difendere l'uomo suo artefice e destinatario".(13)
Per tornare brevemente alla geniale intuizione di Semmelweiss, va detto che bisognerà aspettare altri 32 anni (precisamente il 1879) perché la sua tesi venga riproposta da Pasteur il quale parlando all'Accademia di Medicina osò affermare: "Chi causa l'epidemia è il medico e i suoi assistenti che trasportano il microbo  da una donna malata a una  sana"(14) Anche lui venne inizialmente deriso e osteggiato ma ebbe maggior fortuna di Semmelweiss e alla lunga la sua tesi venne accettata come vera.

4- La Medicina moderna è nata soprattutto come Medicina di guerra. Infatti i grandi farmaci che hanno aperto la strada alla farmacologia moderna sono stati ampiamente sperimentati durante il periodo dell'ultimo conflitto mondiale e lo stesso dicasi di molta chirurgia d'urgenza.
Il primo antibiotico, la penicillina, fu sperimentato per la prima volta in modo consistente a Boston in occasione di un incendio, con la prospettiva di impiegarlo soprattutto su fronti di guerra, proprio perché si comprendeva (giustamente) che tale farmaco si prestava particolarmente ad essere impiegato in situazioni di gravità e urgenza. "Nel 1942 le ricerche sulla penicillina furono classificate come " segrete " dall'Office of Scientific Research and Development (OSDR) , un organismo fondato da Roosvelt per coordinare la ricerca scientifica di tutti settori di rilevante interesse per la difesa..... In occasione dell'incendio del night club di Boston nel quale morirono centinaia di persone...... si decise di sperimentare il farmaco sui tanti feriti e ustionati che avrebbero potuto essere preda di mortali infezioni. Dunque fu proprio mentre le ricerche attorno al farmaco miracoloso fervevano , anche sotto la cortina del segreto militare, che il drammatico incendio di Boston si offrì come banco di prova: le vittime, consegnate alle cure dei medici militari, fecero da laboratorio naturale. Bisognava imparare ad affrontare i traumi acuti che seguono un combattimento...... i sopravvissuti erano davvero paragonabili a soldati reduci da una sanguinosa battaglia ".(15)
Anche le ricerche sul cortisone si incrociano in qualche modo con la strada delle vicende belliche.  " Una circostanza  avrebbe contribuito, e non poco, a fare esplodere l'interesse per quelle ricerche. I servizi segreti statunitensi  avevano raccolto informazioni dalle quali risultava che le sostanze cui lavorava Kendall, e in particolare, il composto E, erano consumate in gran copia dagli aviatori della Luftwaffe e ciò -almeno così sembrava o si vociferava-li faceva sentire a proprio agio anche oltre i 13000 metri di altezza.
Ciò che non aveva potuto l'interesse scientifico, potè la ragion di Stato. La notizia era priva di fondamento-lo si sarebbe scoperto nel 1943-ma ebbe l'effetto di imprimere una brusca accelerata alle indagini: era necessario che il composto E fosse disponibile anche per gli aviatori statunitensi e che fosse fatto ogni sforzo per produrne  in gran quantità ".(16) Perché la sostanza (chiamata poi definitivamente cortisone) fosse disponibile su larga scala si dovette aspettare fino a qualche anno  dopo  la guerra ma la notizia della sua scoperta fu comunque accolta con grande entusiasmo e occupò per lungo tempo le prime pagine dei giornali. " La scoperta del cortisone venne paragonata a quella della penicillina, e si disse che , così come questa aveva ridotto finalmente a mal partito lo stuolo delle malattie infettive, quello avrebbe segnato la fine della lunghissima schiera di quelle reumatiche ".(17)
Purtroppo "... mentre la febbre del cortisone non accennava a diminuire, cominciarono a comparire le prime segnalazioni degli effetti collaterali della sostanza. Molte persone, in particolare quelle che avevano preso per lungo tempo dosi generose del farmaco, subirono una sgradevole metamorfosi: il loro viso si allargava a luna piena, ingrassavano in modo sproporzionato, soprattutto sul tronco e sulla schiena dove compariva una specie di " gobba di bufalo ", la pelle era deturpata da acne, l'addome veniva segnato da strisce rossastre, i capelli cadevano mentre ovunque sul corpo si verificava una abnorme crescita di peli. Inoltre, le ossa diventavano più fragili e si fratturavano con relativa facilità, le infezioni si facevano stranamente più frequenti, molti bambini smettevano di crescere, le analisi del sangue riservavano spiacevoli sorprese: la concentrazione di glucosio e di altri componenti risultava permanentemente alterata, tanto da simulare un diabete.
E le sorprese non finivano lì : cambiava anche il comportamento delle persone, che diventavano irrequiete, oppure inspiegabilmente euforiche o venivano prese da un'insolita agitazione, sino a veri e propri casi di "follia", con delirio, depressione e tendenza al suicidio ". (18)
Negli anni seguenti l'industria farmaceutica ha messo a disposizione forme di cortisone più purificate, più potenti e con minori effetti collaterali, ma in definitiva tale farmaco, alla stregua degli antibiotici, rimane pur sempre un potente strumento terapeutico da usare con grande cautela. Anche perché tanti effetti negativi, rilevabili soltanto in tempi lunghi e con un'attenta osservazione, tendono ad essere normalmente sottovalutati.
L'espressione "Medicina di guerra " impiegata più sopra non vuol significare soltanto e semplicisticamente che tanti farmaci moderni sono stati impiegati durante l'ultimo grande conflitto ma piuttosto che si è andata affermando una mentalità che tende a vedere la malattia o il semplice sintomo come un accidente che impedendoci di rendere al massimo delle nostre possibilità, va eliminato nel più breve tempo possibile e praticamente senza badare a spese, in termini sia economici e che di futuro livello di salute e di benessere. In sostanza, impiegando la stessa mentalità che viene applicata sul  campo di battaglia. Inoltre val forse la pena di precisare ancora una volta che la messa in atto di una ricerca, specie se molto complessa e costosa, e il risultato pratico di tale ricerca non sono elementi "necessari" ed immutabili. Bensì sono il frutto di scelte, più o meno consapevoli, che possono avere sicuramente direzioni ed esiti diversissimi.
In ogni caso il successo dei farmaci come gli antibiotici e il cortisone nel dominare sintomatologie piuttosto gravi in tempi relativamente brevi, ha aperto la strada ad una fiducia  illimitata sulle possibilità di sviluppo della farmacologia. Ed, elemento forse ancora più importante, i vincitori della guerra, quelli che hanno sempre ragione, in particolare gli Stati Uniti d'America sono stati i principali sostenitori di una Medicina totalmente rinnovata che riponeva ogni speranza nella capacità dell'uomo di approntare farmaci e macchinari in grado di vincere ogni malattia nel giro di poco tempo. La Medicina moderna si è presentata sempre con il volto sorridente e ben pasciuto del'America ed è andata a braccetto con il mito dell'America sempre grande e vincente su tutto e su tutti.
E così dopo 50 anni di successi e di proclami possiamo registrare che mentre diverse malattie infettive un tempo molto temute non rappresentano più un pericolo (ma le più temute epidemie erano già quasi scomparse prima ancora della scoperta degli antibiotici), altre sembrano nascere dal nulla e non si sa come affrontarle. Inoltre siamo ancora vittime di fenomeni apparentemente banali come epidemie influenzali che da sole mettono in ginocchio intere nazioni, anche perché non si sa bene come esaltare le difese immunitarie dell'organismo visto che questo è un problema che riguarda la totalità più che il sintomo e richiederebbe un investimento (attenzione, tempo, denaro) senza un immediato ritorno.
È stato già detto che  compito del medico, come pure quello di un buon educatore, è fare in modo che i suoi assistiti col tempo non abbiano più bisogno di lui. E' questa a mio parere  un'espressione perfetta che andrebbe meditata a lungo ma  che è diventata praticamente incomprensibile da quando la sanità è stata presa quasi totalmente dentro la logica economica del profitto.
Insieme a  tanti successi sulle malattie acute, quelle degenerative sono aumentate di numero invece che diminuire e nonostante che l'attesa di vita sia cresciuta di alcuni anni, almeno nei paesi più ricchi, sembriamo sempre più deboli e vulnerabili e soprattutto sempre più farmaco-dipendenti, con tutte le conseguenze del caso. Ma d'altra parte se la ricerca, l'informazione e la diffusione dei farmaci e delle terapie è legata essenzialmente alle sempre più potenti case farmaceutiche, non sarà illusorio aspettarsi che ci si dia sul serio da fare per favorire e mantenere la salute?  Proviamo infatti per un attimo a  formulare l'ipotesi che si metta in atto una grande ricerca (cliniche, case farmaceutiche etc.)per diminuire il livello di stress delle persone, per potenziare sensibilmente il potere di autodifesa dell'organismo, per studiare come utilizzare al meglio tutte le metodiche terapeutiche tradizionali e non, specie quelle con minori effetti collaterali; in sintesi per aumentare sensibilmente il livello di salute e di benessere delle persone. Sarebbe a ben vedere come se le multinazionali del petrolio si impegnassero a fondo per inventare un motore che non richiedesse alcun tipo di carburante.
Ma ciò che più ha contribuito a chiudere gli occhi ai più e a confondere le idee anche a coloro che, in buona fede, credevano di difendere l'uomo difendendo soltanto tale tipo di Medicina è stato il doppio equivoco della Medicina come scienza e della scienza come tecnica. Parleremo ora  di quest'ultimo binomio.
Le scoperte scientifiche sono state sicuramente molteplici negli ultimi decenni ma ciò che ha sconvolto il mondo, nel bene e nel male, sono state piuttosto le evoluzioni tecniche che si sono moltiplicate e rinforzate fra di loro come in una reazione a catena. I viaggi spaziali, le telecomunicazioni, l'informatica e tanti altri settori dello sviluppo tecnico ci offrono come dei miracoli quotidiani indiscutibili. Un computer sofisticatissimo e del tutto impensabile solo pochi anni fa, ora è già vecchio e superato dopo sei mesi. In un telefonino odierno sembrano esserci più funzioni e che in un'intera montagna di apparecchi tradizionali. È così eclatante l'evoluzione tecnica a cui siamo giunti  che di fronte alla complessità e alla precisione di certi strumenti si rimane davvero senza parole. Ma non è anche vero allo stesso tempo che l'uomo moderno avverte un disagio esistenziale sempre più acuto? Che i rapporti umani sembrano degenerare invece che migliorare? Che la dignità umana , al di là dei proclami e del buonismo dilagante, sembra sempre più calpestata? Che l'uomo sembra aver perso la capacità di rapportarsi con se stesso e con l'ambiente  in modo costruttivo ed equilibrato? Non è forse vero che nonostante tutti progressi tecnici sarebbe alquanto difficile dimostrare che in generale l'uomo moderno  sia più saggio  e più felice oggi rispetto passato?
Ma siccome i progressi tecnici ci stupiscono e strabiliano ogni giorno di più e il confronto sia col nostro passato che con altri modelli di pensiero è impraticabile,   siamo come costretti a pensare che non ci può essere un mondo migliore di questo,(un pò come descritto nel "Mondo Nuovo" di Huxeley) e se ci sono ancora dei problemi sarà la scienza a risolverli prima o poi. Di conseguenza non vi può essere una Medicina migliore di questa  visto che si autoproclama "scientifica" e che sfodera ogni giorno nuovi macchinari sempre più incredibili e sofisticati. Certe tecniche di microchirurgia, certi macchinari che permettono la sopravvivenza anche in condizioni di quasi-morte, alcune tecniche diagnostiche all'avanguardia, per portare soltanto alcuni esempi, ci riempiono giustamente di stupore ma la salute umana, intesa come reale benessere psicofisico, è veramente migliorata o questa è perlopiù una pia illusione indotta dal fatto che ci è stata come tolta la capacità di pensare senza partire da preconcetti?
Negli ultimi tempi sembra che qualcuno  si illuda che la Medicina sia addirittura una scienza sperimentale. Ora a parte quel che si può criticare del metodo scientifico, della Medicina si può dire di tutto meno che sia una precisa scienza e tanto meno sperimentale. La Medicina è stata da sempre quell'insieme di conoscenze e di tecniche volte a mantenere e a ripristinare nel miglior modo possibile lo stato di salute. Per questo scopo ci si è avvalsi e ci si avvale sicuramente anche di conoscenze scientifiche più o meno esatte ma questo non significa affatto che la Medicina si possa definire una scienza.
Ma se la Medicina "scientifica" non si basa sulla scienza su che cosa si basa allora? Sulla fede. Sulla fede cioè che questo sia in assoluto il sistema terapeutico migliore e che non possano esisterne  altri validi al di fuori di questo. E d'altra parte quando un medico con un'esperienza professionale più o meno lunga  decide di aprirsi a metodiche non convenzionali è perché perde la fede sulla unicità della Medicina ufficiale e  si appresta a provare, sperimentare,  vagliare se esistano altri sistemi ugualmente o maggiormente validi.
A titolo di esemplificazione proviamo a raccontare una semplice storia, partendo comunque dall'ipotesi che al di là delle affermazioni che tirano in ballo la scienza si creda alla unicità della medicina ufficiale per una specie di fede cieca. Una fede distorta che viene alimentata ovviamente dalla mentalità dominante.
Un esperto del settore, bene allineato, senza dubbi o strani grilli in testa vi potrà dimostrare in ogni momento, dati alla mano, che la Medicina non convenzionale, in particolare l'omeopatia (che è quella che più ci interessa in questa sede) non ha alcun fondamento serio, né teorico, né pratico. Infatti - direbbe questo signore-  tale disciplina all'università non si studia; non esistono pubblicazioni serie; nulla di preciso è mai stato provato poi in sede scientifica. Da quel che si sa alcuni aspetti della omeopatia sembrano addirittura contraddire certi dati della fisica classica. E perciò le presunte guarigioni legate a tale pratica non possono che essere frutto  di suggestione o di palese inganno. Certe cose, direbbe lui, nel migliore dei casi sono mode del momento, mode che passano, che però a volte possono rivelarsi anche pericolose e che forse andrebbero bloccate, se non altro perché rischiano di confondere o di fuorviare la gente e soprattutto di distoglierla dalle possibilità terapeutiche più serie e più valide. Un ragionamento del tutto logico e coerente che non viene sfiorato in alcun modo dal dubbio; una presa di posizione a prova di bomba e che sarebbe del tutto inutile contestare.
Poi un giorno accade nella vita di quest'uomo qualcosa di inaspettato. Sua moglie comincia a soffrire di un eczema alle mani. Il disturbo non accenna a regredire, anzi peggiora col passare del tempo. Sulle belle mani della signora  compaiono delle alterazioni cutanee notevoli: bollicine piene di liquido, fissurazioni e ragadi sanguinanti; il prurito lascia il posto a tratti ad un dolore lancinante e le unghie vengono intaccate. Dopo le prime cure inefficaci proposte dal marito (ma lui non è un dermatologo) si consultano gli specialisti di turno, e in seguito quelli più quotati. Ma nonostante tutte le diagnosi altisonanti e le pomate più moderne il disturbo persiste e la povera donna è costretta a lasciare il lavoro. Dopo mesi o anni di sofferenza la signora incontra per caso una vecchia amica che le consiglia di rivolgersi ad un serio omeopata che lei conosce bene  e dal quale si è curata con buoni risultati. La signora con il problema alle mani non ha esitazioni , anche perché non ha più nulla da perdere. Accenna la cosa al marito che subito si fa scuro in viso ma senza riuscire ad opporsi ad una decisione evidentemente già presa. La signora si cura col nuovo sistema e il disturbo in poco tempo, dopo un breve momento di aggravamento, sparisce.
Per il marito medico è un rospo veramente grosso da mandar giù, ma non è ancora finita per lui perché la moglie decide di portare dall'omeopata anche il figlio che che ha già perso troppi giorni di scuola per le frequenti infezioni alle vie respiratorie, da qualche tempo complicate da episodi asmatici. Anche per lui sono stati usati tanti antibiotici e spesso anche il cortisone ma ogni volta,dopo un breve intervallo, sembra ricominciare tutto daccapo. E anche il figlio con le nuove terapie, nel giro di qualche mese migliora in modo sensibile e del tutto inaspettato.
Allora il marito medico comincia a raccogliere delle informazioni più dettagliate. Si rende ben presto conto che le guarigioni con la detestata metodica "alternativa" sono reali e durature, anche in molti casi dove è impossibile tirare in ballo solamente la suggestione o l'effetto placebo (che sono presenti comunque in qualsiasi tipo di terapia ). Decide allora di andare più a fondo sulla questione e si accorge con grande sorpresa che esistono riviste specializzate edite in diverse lingue , montagne di libri scritti in più di due secoli che riportano esperienze, principi e metodiche con una precisione e una serietà di tutto rispetto e che partono dal sintomo per arrivare  alla persona. Prende atto che diversi esperimenti condotti in "doppio-cieco" permettono già di concludere che  il rimedio omeopatico è ben altro che una sostanza inerte. Comincia a frequentare  colleghi omeopati, pazienti di ogni tipo e si accorge che questa nuova metodica terapeutica non è meno scientifica di quello ufficiale, anzi. Infine, elemento forse ancora più importante, il "nostro" medico realizza che l'apertura o meno ad un simile sistema terapeutico non è prima di tutto questione di scienza o di ufficialità più o meno coerente ma essenzialmente di adesione e di apertura alla realtà concreta, guardata senza paraocchi o inutili  pregiudizi. Perchè come direbbe Renè Laurentin  "non accettare i fatti, escluderli a priori,è una debolezza dell'intelligenza".

5-  Per la verità, esistono sicuramente diverse altre ragioni che rendono la Medicina ufficiale così impermeabile ad una critica sostanziale, che riguardi cioè i contenuti e i metodi basilari e non soltanto alcuni aspetti marginali che sembrano ridursi perlopiù a problemi di galateo.
Infatti mentre da più parti si è arrivati, pur nella drammatica situazione di omologazione culturale odierna, a percepire che la storia può non essere una scienza neutrale per il semplice fatto che alcuni accadimenti possono essere valorizzati a scapito di altri e che ogni fatto  può venire diversamente interpretato,  la Medicina  sembra sfuggire a tale possibilità di critica.
Mentre si discute sugli iter pedagogici, non solo come richiamo generico ad una maggiore attenzione per le esigenze degli educandi, ma come messa in discussione di numerosi contenuti e metodi; mentre in economia le stesse cifre sono citate con significati praticamente opposti anche se comunque sempre connotate dalla medesima "scientificità" e d'altra parte  sistemi economici retti da teorie sedicenti scientifiche si sono rivelati totalmente fallimentari, la Medicina rimane una zona tabù, dove la critica  non può avere luogo o almeno non con la stessa grinta, non con la stessa libertà, non con la stessa radicalità di altri settori della vita sociale. Anche chi, in nome del bene dell'umanità, lotta animatamente su questioni di pedagogia, di economia, di diritto e via dicendo, sembra invece come bloccato di fronte alla questione della salute.
Al massimo si può parlare tranquillamente di malasanità, di possibilità di migliorare il rapporto medico-paziente o la funzionalità del servizio sanitario nazionale; di  non lavorare solo per far soldi o di non rimanere del tutto insensibili di fronte alle sofferenze del paziente. Tutte cose buone, non c'è che dire, ma mai e poi mai che si arrivi a mettere in seria discussione i contenuti, cioè le metodiche stesse di intervento sul paziente. In altre parole i paradigmi basilari dell'attuale sanità.
E perciò, oltre al motivo già citato per cui la Medicina ufficiale tende ad identificarsi con la scienza esatta e perciò si pone così al di sopra delle critiche, devono esistere certamente altre ragioni che hanno prodotto tali risultati e che saranno sommariamente descritte qui di seguito.

A- La Medicina tende sempre ad essere identificata con un aspetto materno-paterno. Di conseguenza la richiesta di una visita, di un esame o di una terapia non ha a che fare soltanto con un'esigenza razionale che parte da un reale problema di salute ma anche o soprattutto da un desiderio irrazionale  di venire considerati e coccolati.Quando poi tale sistema di cura si presenta con una veste di quasi-onnipotenza e con l'intenzione sbandierata ai quattro venti di agire sempre e comunque per il nostro bene , finisce inevitabilmente per assumere degli attributi divini e la psicologia  ci dice che diventa quasi impossibile mettere in discussione una figura così perfetta.Invece, pur rispettando i tanti operatori, medici e non, che hanno saputo e sanno dare un valido e sano contributo nel loro lavoro, non si può negare che il rapporto medico-paziente (ma sarebbe forse più opportuno dire rapporto Medicina-paziente) nasconde troppo spesso una grande violenza (più o meno dissimulata) diretta verso la persona e tale rischio viene sicuramente  favorito dall'attuale sistema sanitario che sembra aver smarrito anche lo stesso concetto di persona.

B- Nel momento in cui l'operatore sanitario impiega anche un semplice microscopio per porre una diagnosi, si allontana dal livello in cui anche il paziente può dire la sua, esprimere il proprio parere o comunicare un disagio e le specializzazioni sempre più spinte non fanno altro che rendere più ampio e profondo tale fossato.
Quando andiamo dal parrucchiere possiamo facilmente esprimere un parere sulla nostra acconciatura ma per un paziente invece risulta molto più difficile dare una valutazione sul proprio stato di salute o di malattia e sulle eventuali terapie. Non solo perché giustamente il medico ha delle conoscenze specifiche ma anche per il linguaggio specialistico impiegato e l'attenzione rivolta quasi sempre all'organo o alla funzione particolare filtrata  da uno strumentario sempre più complesso. Di conseguenza anche la possibilità lasciata al paziente di cambiare medico è legata perlopiù a motivi di simpatia e non invece ad una seria valutazione delle metodiche e dei processi legati alla terapia messa in atto.

C- Le persone che si preoccupano  di rifondare criticamente le basi anche teoriche della Medicina sono quasi sempre non-medici, e perciò se da una parte possono osservare certi fenomeni da fuori, cioè da una posizione che offre una maggior visione d' insieme, dall'altra è come se  fossero "non autorizzate"e "non abilitate" a parlarne. D'altra parte nella formazione del medico moderno, oltre ad escludere tecniche e processi di intervento preziosi, si è andati progressivamente abbandonando anche gli studi di storia della Medicina, di filosofia e di antropologia come cose inutili e superate. In tal modo non si dispone più neppure di quegli strumenti che potrebbero favorire una sana autocritica e un'autocorrezione di metodo.
Così il nostro medico, dopo avere ricevuto una specie di "lavaggio del cervello" esce dall'università con la tremenda illusione di possedere il meglio che sia possibile in fatto di cura della salute ed è portato pertanto a guardare sdegnosamente ogni altro sistema e ogni discussione in merito. Attento come un novello Cappuccetto Rosso a non farsi sedurre da nessun lupo cattivo; almeno finché  non perde la fede nella sua Medicina perfetta.

D- La quasi totalità della filosofia "pratica" che sta  dietro l'atteggiamento con cui il filone "vincente" della Medicina studia l'essere umano, il corpo, la mente e la salute, tradisce posizioni materialistiche  che hanno origini ben lontane. Già da qualche tempo prima della edizione dell' "Uomo macchina" datata al 1748 da parte del filosofo-medico La Mettrie, l'essere umano ed il  suo corpo sono stati considerati essenzialmente per quello che il bisturi e la dissezione permettevano di rilevare e cioè una serie di tubi, valvole, leve e tiranti.
Come già detto, quando si intraprende una strada particolare e la si considera come l'unica, per forza di cose se ne sacrificano molte altre. E così nel tempo mentre venivano valorizzate -giustamente -le numerose scoperte sul funzionamento meccanico del corpo e sulla malattia, ci si allontanava da un sapere e da una pratica tradizionali che tra l'altro in tal modo non potevano venire certamente nè coltivati nè approfoditi e perfezionati.
Per citare solo alcuni esempi, con la scoperta della circolazione sanguigna  da parte di Harvey nel 17° secolo, il cuore diventa una semplice pompa idraulica  e perciò viene escluso ogni suo altro collegamento con  i restanti organi, con le emozioni, con il flusso  energetico etc. Allo stesso modo con l'affermarsi del nuovo paradigma infettivo, favorito dalle scoperte di Kock, Pasteur e Joubert, l'attenzione  circa le malattie infettive si concentra essenzialmente sull' agente infettante, dimenticando completamente il " terreno ", cioè le condizioni predisponenti e le problematiche difensive dell'individuo infettato . Con la scoperta degli antibiotici poi tale dimenticanza diventerà praticamente totale e inappellabile.
E- La Medicina ufficiale si presenta come il sistema terapeutico  più immediatamente funzionale alla cultura  di massa e alla continua corsa. Fermarsi e pensare; chiedersi i perché di ciò che accade, compresi i nostri disturbi di salute, è diventata merce rarissima. Presi nel vortice  degli impegni, dell'ansia di produrre e da quella terribile  espropriazione del proprio pensiero e della propria cultura  che si realizza quotidianamente vivendo e lavorando con accanto  radio e TV accesi, è come se non si riuscisse più a pensare e valutare le cose con la propria testa.
In tale contesto pertanto la Medicina dell' "inghiotti e cancella", del "consuma e non pensare " e del "trova un bisogno e soddisfalo" si è affermata senza trovare ostacoli di sorta.

6- La Medicina ufficiale moderna ha imboccato già da diversi decenni una strada ben precisa e apparentemente senza ritorno. Ha scelto infatti una strada organicista e materialista e l'ha seguita con estrema coerenza.
Nella sua coerenza ha saputo sviluppare, come già s'è detto, strumenti tecnici e modalità di intervento sicuramente interessanti, specie quando si tratti di interventi d'urgenza, ma  ha  comunque commesso l'imperdonabile errore di credere e di far credere di essere unica, come una bella donna che pretenda di essere l'unica bellezza al mondo.
Da qui,da tale posizione ufficiale che non corrisponde neppure in sostanza alla scienza ufficiale,  si è preteso di valutare e giudicare tutto, anche qualsiasi metodo o impostazione o rimedio curativo di tutt'altra natura. L'uomo è stato progressivamente  smembrato, sezionato e fatto a pezzi ma purtroppo è come se non ci si rendesse neppure più conto di tutto ciò perché le uniche categorie adeguate allo studio dell'essere umano e cioè quelle della complessità, dell'insieme e della globalità è come se non fossero più pensabili. Anche se numerosi studi hanno portato ad accettare come fatto certo non solo una generica interazione tra psiche e soma, ma anche un preciso collegamento tra meccanismi psichici e neurologici con  l'attività del sistema immunitario e con la secrezione degli ormoni,putroppo invece i rapporti funzionali tra vari organi e funzioni valutati " sul campo ", cioè sul paziente e osservati il più possibile nel loro insieme, assomigliano ad una specie di complesso orologio che un bambino capriccioso  abbia smontato non sapendo più risistemarlo.  Per non parlare poi dei rapporti delle persone con l'ambiente, le stagioni, le proprie emozioni e i propri simili.  Trattare simili argomenti dentro un orizzonte organicistico è un pò come parlare di fantascienza, mentre invece aprendo gli occhi - e il cuore-ad altre dimensioni , certi aspetti non si mostrano per nulla così lontani e impraticabili. Ma a forza di riduzioni si è persa anche la capacità di pensare a dimensioni che vanno "oltre" la consuetudine. Per esempio, l'espressione "rapporto medico-paziente" oggi per la quasi totalità degli operatori sanitari può voler dire al massimo che col paziente sarebbe meglio stabilire un rapporto cordiale; senza realizzare, neppure come categoria mentale, che il paziente può  essere preso per mano e accompagnato, senza inutili dipendenze, in un percorso che lo conduca verso un migliore stato di salute e di consapevolezza. Anche perché possiamo essere in grado, in qualità di operatori, di leggere in lui  ciò che non sarebbe capace da solo e di offrirlo poi alla sua considerazione. Possiamo stimolare la sua responsabilità nei confronti di se stesso e della sua salute e così facendo esaltare indubbiamente i suoi meccanismi di guarigione, intesi in senso lato.
Il grande Ippocrate, considerato da tutti il padre della Medicina sistematica ma purtroppo guardato dai più come un reperto del passato, attribuisce così tanta importanza al ruolo attivo del paziente  da affermare: " Bisogna non solo fare ciò che occorre, ma fare sì che il malato, gli assistenti e le cose vi concorrano ".(19)
Nonostante che il medico greco rimanesse prevalentemente legato al concetto di philotecnìa-cioè amore per l'arte che esercitava in qualità di medico-e che la philantropìa fosse un concetto a volte sfumato, dice ancora  Ippocrate che: " dove c'è amore per l'uomo c'è anche amore per l'arte. (20)
Sull'argomento interviene anche Platone affermando che il buon medico non prescrive alcun rimedio al malato "fino a che non l'ha convinto dell'efficacia della sua cura e solo allora, avendolo già blandito con la persuasione , cerca di portare a termine la propria opera, restituendogli la "salute".(21)
Perché  " la concordanza tra il sapere del medico e la giusta conoscenza dell'infermo su se stesso completa la diagnosi ed è  garanzia di successo".(22)
Diversi secoli più tardi-siamo nel XIII° secolo-Guglielmo da Saliceto, che sa unire l'agàpe o charitas tipicamente medievali e monastiche con  una profonda intuizione psicologica e clinica, attribuisce grande importanza terapeutica all'interrogatorio del paziente: "Per suo mezzo si reca conforto allo spirito del malato... e si rende più valido l'effetto delle medicine; lo spirito del malato riceve tale vigore in virtù di questa fede e di questa attenzione, da agire sulla malattia in modo più intenso, nobile e sottile di quanto possa il medico e con i suoi strumenti e con le sue medicine."(23)
Nei secoli successivi invece, insieme ad un atteggiamento più spregiudicato nei confronti della natura e del sapere che porterà a nuove acquisizioni in tanti settori, si fa strada una crescente illusione di onnipotenza dell'uomo nei confronti della realtà e perciò anche della malattia. "L'utopia tecnica di Ruggero Bacone, nella Respubblica fedelium  è, a questo proposito il primo segno visibile del nuovo atteggiamento. E da allora fino ai nostri giorni, l'idea che domani sarà possibile quello che non lo è ancora oggi (la convinzione che la storia della tecnica è un progresso indefinito), diventa il filo conduttore della storia umana.... Il medico vede adesso il proprio sapere come una costante creazione delle imprese che gli consentono di penetrare asintoticamente nella realtà dell'uomo e di guidarla tecnicamente "dall'alto"; lo spirito faustiano  dell'uomo moderno configura in tal modo la volontà e la mente del patologo e del terapeuta ".(24)
Considerando attentamente la questione ci si accorge che, a dispetto di tutta la pretesa neutralità, nel quadro più generale della sanità odierna esistono come due partiti, due mentalità opposte, due culture ben diverse e di conseguenza anche due linguaggi del tutto differenti. Con la particolarità che una di queste ha il potere e l'altra no, e chi ha il potere, anche sulla cultura, ha sempre ragione e il suo linguaggio è sempre il migliore, anzi in definitiva è l'unico.
Da qui nasce, almeno in parte, anche la difficoltà a comunicare i risultati clinici conseguiti per mezzo di terapie non convenzionali. Come pure il problema delle mancate pubblicazioni sulle riviste che contano. Ovviamente chi pubblica articoli su importanti riviste a carattere medico si fa un nome e una rispettabilità. E come diceva poco tempo fa uno dei partecipanti ad un acceso e seguitissimo dibattito televisivo "c'è un modo indiscutibile per capire se un medico merita di essere ascoltato oppure no; basta sapere se ha fatto delle pubblicazioni su delle riviste importanti". Già, peccato che le riviste di un certo livello debbano mantenere una precisa linea che non può permettersi di  discostarsi dal coro dominante e perciò non pubblicheranno mai gli studi e le ricerche che adoperino un linguaggio diverso. Di conseguenza si forma un circolo vizioso: chi non parla un linguaggio che  è già ben assodato non pubblica; chi non pubblica non si fa un nome e non vale la pena di ascoltarlo e di conseguenza non pubblicherà mai nulla anche in futuro. Ma sempre a proposito di linguaggio, culture e fazioni si dimentica molto spesso una questione basilare. I medici che studiano e praticano la Medicina non convenzionale sono regolarmente laureati e abilitati e perciò conoscono anche il linguaggio ufficiale e, tra l'altro, mai si sognerebbero di rifiutare totalmente i mezzi e le potenzialità offerte dalla Medicina ufficiale. Solo che conoscendo anche un altro linguaggio sono maggiormente in grado di valutare l'utilità dell'uno o dell'altro a seconda dei casi. È piuttosto chi procede guardando soltanto un punto ed assolutizzandolo che perde facilmente la visione d'insieme e non è più in grado neppure di valutare compiutamente e criticamente il proprio operato. Se infatti una procedura o un protocollo indicati in una qualsiasi patologia sono ritenuti a priori i migliori in assoluto come potrebbero venire sottoposti a critica? E se l'efficacia di una terapia e i possibili effetti collaterali negativi vengono valutati soltanto in termini organici e nell'immediato, come si fa a valutare le conseguenze in termini funzionali, emotivi, energetici, relazionali  e a considerarli in tempi lunghi?

7-  Quando si perde di vista la globalità della persona dentro una concreta storia, si finisce inevitabilmente per concentrarsi sul particolare e sul sintomo. Infatti negli ultimi decenni sono stati sviluppati procedimenti e farmaci sempre più potenti ma diretti essenzialmente verso il sintomo.
Anche se  il fatto che il dolore rappresenta una specie di campanello d'allarme e che il sintomo rimanda quasi sempre ad altro sembrano dati teorici acquisiti dalla maggioranza degli operatori sanitari, nella pratica medica corrente si impiegano delle "armi"sempre più incisive per combattere programmaticamente il sintomo e il dolore, preoccupandosi ben poco, tra l'altro, delle conseguenze negative a carico dell'organismo . Non è certo un caso che la denominazione di tanti farmaci moderni contenga il prefisso " anti ". Antibiotici, antiinfiammatori, antireumatici , antiansia, antipiretici e via dicendo.
Spesso impiegando un antibiotico si ha l'impressione di curare radicalmente  la situazione patologica  attivata da un'infezione,  ma in effetti si ottiene, quando va bene, soltanto l'eliminazione più o meno totale di un microrganismo. In certi casi tale operazione può essere di grande utilità ma ben raramente ci si chiede il perché tante infezioni  si ripetono ciclicamente, specie nei bambini. E poi, come si è già accennato, a livello della Medicina ufficiale sono state sviluppate ben poche armi per esaltare le energie di difesa dell'organismo umano. Tale sistema medico ufficiale può essere definito essenzialmente con due termini: soppressivo e sostitutivo.
Soppressivo in quanto tende prima di tutto, come già s'è detto, a sopprimere il sintomo, la manifestazione più immediata e spesso più superficiale della malattia. Ma è certamente anche sostitutivo  in quanto tende a sostituirsi alle normali funzioni dell'organismo.  Infatti nel caso della alterazione di una funzione enzimatica, come può accadere per esempio a livello digestivo, si somministrano semplicemente degli enzimi sostitutivi. Ancora di più, se una qualsiasi funzione ormonale si presenta deficitaria verrà curata per mezzo della somministrazione di ormoni, sostituendosi cioè alla normale funzione dell'organismo e realizzando tra l'altro una sicura inibizione della ghiandola relativa o del meccanismo collegato. Com'è noto infatti qualsiasi funzione naturale se viene  sostituita va incontro a sicura atrofia.
Abbiamo già detto che il medico e qualsiasi sistema sanitario dovrebbero rendere il paziente più sano e perciò più libero dalle cure stesse ma anche in questo caso ci si accorge che normalmente accade il contrario.
Un ulteriore esempio, ancora più eclatante, di sostituzione ci viene dalla pratica dei trapianti. A più di trent'anni dal primo trapianto di cuore e dopo tanti esperimenti che sembravano a prima vista altrettanti miracoli della Medicina, sono ben pochi gli organi che è possibile trapiantare con discreta sicurezza e garanzia di successo. Il futuro ci riserverà certamente altre novità, ma quali risorse, ricerche ed energie si sono spese per realizzare un ripristino ed un equilibrio funzionale dei vari organi e delle varie funzioni degenerate? Ciò che si spende per un solo trapianto ne eviterebbe forse un centinaio se fosse impiegato in prevenzione, educazione e ricerca di equilibri naturali, impiegando anche diagnosi e terapie non convenzionali.
Il sistema della sostituzione è certamente valido come ultima chance, cioè quando non esista realmente altra possibilità. Quando per esempio un organo o una ghiandola siano stati eliminati o non possiedano più alcuna capacità funzionale, ma non prima, se non per casi isolati, perché l'organismo umano come qualsiasi sistema vivente, attraverso adeguate stimolazioni è regolabile, informabile, educabile, riequilibrabile in tutte le sue funzioni.
Ma questo non è  tutto, infatti l'antibiotico (per tornare all'esempio precedente) possiede  una sua precisa tossicità che non va certo a favorire la condizione di salute generale e tende inoltre ad uccidere anche microrganismi che non andrebbero toccati, prima di tutto quelli che costituiscono la flora intestinale. A livello intestinale infatti esiste una quantità enorme di microrganismi che svolgono delle precise funzioni che vanno ben al di là del favorire semplicemente la formazione e il transito delle sostanze fecali.
Volendo ora buttare uno sguardo veloce sull'argomento, va innanzitutto considerato che la superficie interna della mucosa intestinale raggiunge i 200-300 metri quadrati, contro i soli due metri quadrati della superficie cutanea di una persona adulta di media corporatura. Su tale mucosa così tanto estesa albergano circa 100 mila miliardi di batteri che lavorano in sintonia col nostro organismo e che rappresentano in qualche modo un vero e proprio organo ulteriore . Tali batteri infatti sintetizzano delle vitamine, soprattutto la B e la K; favoriscono l'assorbimento del ferro, degli elettroliti, di alcuni oligoelementi. Sono in grado inoltre di regolare il pH intestinale e perciò  indirettamente anche quello di tutto l'organismo. Ora quando una parte consistente di tale flora batterica viene ad essere eliminata, oltre al venir meno delle suddette funzioni  fisiologiche, si assiste ad uno sviluppo di microrganismi patogeni, prima di tipo aerobico e poi anaerobico. Tale situazione di squilibrio denominata "disbiosi", ha come prima conseguenza l'autointossicazione dell'organismo ad opera delle sostanze nocive prodotte dai batteri anomali. Un'intossicazione che va a colpire principalmente il fegato e reni e che a volte può disturbare anche la funzione pancreatica. Ma, come si sa, l'alterazione della componente batterica favorisce fortemente lo sviluppo di funghi, in particolare del tipo "Candida". Tale sviluppo micotico (da funghi) tende ad espandersi  ad altri settori organici ed è peraltro una delle principali cause di tante fastidiosissime vaginiti.
Non mancheranno naturalmente il gonfiore e spesso il dolore a livello intestinale, e inoltre la conseguente irritazione della mucosa intestinale porterà facilmente alla alterazione della sua funzione selettiva nei confronti del contenuto viscerale. Perciò si  verificherà spesso il passaggio nel sangue di macromolecole non adeguate perchè non del tutto "demolite", con la facile comparsa di allergie e intolleranze alimentari. Infine, l'alterazione indiretta del tessuto linfatico presente in forma molto consistente nelle pareti intestinali renderà l'intero organismo più vulnerabile ad ulteriori  infezioni.
Le disbiosi tendono in tantissimi casi a perdurare anche per lunghi anni, producendo nel tempo i danni più svariati e purtroppo  la somministrazione di un  fermento qualsiasi per alcuni giorni non è per nulla sufficiente ad eliminare il problema. Infatti il fermento  terapeutico va scelto con estrema precisione e spesso va anche somministrato per periodi discretamente lunghi.
A questo punto credo si comprenda meglio come il problema non si ponga semplicisticamente in termini di "antibiotico si" o "antibiotico no" ma è sicuramente necessario ponderarne meglio l'impiego e cercare il più possibile di limitarne gli effetti collaterali. Altrimenti si rischia di entrare in un circolo vizioso che ha come principale conseguenza  una sempre maggiore richiesta di farmaci.
Per portare un esempio molto banale ma forse di qualche utilità, trovandosi nella necessità di eliminare in tutta fretta  un ragno velenoso aggrappato ai capelli di un nostro amico e avendo in mano un pesante martello potremmo ben decidere di impiegare tale strumento senza perdere tempo a porci troppe domande, ma non sarebbe logico sottovalutare poi gli esiti dell'impatto di tale strumento sul cranio del suddetto amico.
Negli ultimi decenni si è cominciato inoltre a parlare di malattie iatrogene, cioè provocate dalle stesse terapie messe in atto per curare altri problemi, e ricerche sistematiche , (una tra queste pubblicate qualche anno fa nella New England Journal of Medicine), le quantificano addirittura al  30% circa delle patologie totali. Un terzo di queste poi sono talmente gravi da richiedere l'immediato ricovero ospedaliero.
Un altro semplice esempio sull'uso discutibile dei farmaci è rappresentato da ciò che accade a livello di gastrico. La somministrazione di molti farmaci, in particolare antiinfiammatori, antireumatici e cortisone , ottiene l'effetto di alterare la mucosa dello stomaco con conseguenti dolore, sanguinamento e disturbi della digestione. Ma la soluzione più spesso adottata in tale situazione è semplicemente quella di somministrare un altro farmaco che vada in qualche modo a tamponare l'effetto nocivo di quello precedente.
Naturalmente tanti farmaci sono veramente necessari e  non si può certo abolirne l'impiego ma quando si confonde il sintomo con la malattia, quando si tende a valutare i problemi di salute soltanto in termini organici e sempre  soltanto nell'immediato, come presi da una fretta perenne, come si fa ad avere uno sguardo lucido su tali importanti questioni? In tal modo, al di là delle intenzioni di tanti operatori della salute che si prodigano spesso con generosità e buona fede, si tende a perpetuare il circolo perverso della malattia e della sua momentanea cancellazione che sembra fatta apposta per favorire il maggior consumo di farmaci o comunque di prestazioni sanitarie, con tante persone -pazienti- sempre più medicalizzate e sempre meno sane.
Spesso curando un problema non si fa altro che complicarlo, allontanandosi dalla possibilità di un reale e fisiologico superamento. Tanti problemi di pelle, per esempio, come molte forme di acne,  esprimono chiaramente il tentativo dell'organismo di liberarsi di un eccessivo carico tossinico. Spesso all'origine vi è un sovraccarico epatico o una forma di disbiosi intestinale oppure delle forme di intolleranza alimentare. Quando si tenta di curare tali sintomi, come si fa di solito, "cancellando" il problema cutaneo con pomate cortisoniche o, ancora peggio, somministrando antibiotici anche per mesi interi, credo non ci voglia molto a comprendere che in tal modo non si fa altro che aggravare la causa profonda. Forse si otterranno  dei miglioramenti momentanei sul sintomo ma lo squilibrio originale viene semplicemente reso più profondo e perciò meno facilmente risolvibile.
In altri casi ancora, bloccando un sintomo si favorisce la comparsa di un altro, spesso più profondo e serio. Mi è capitato, per esempio, di seguire numerose persone che, come  viene descritto in tanti testi di Medicina naturale, avendo bloccato un problema cutaneo, dopo poco tempo hanno sviluppato delle forme asmatiche.
Di solito non è facile cogliere tali collegamenti perché non li si osserva  nel modo più corretto, anzi normalmente  l'operatore sanitario è totalmente sprovvisto delle conoscenze necessarie a coglierli  e tende perciò a considerarli quali inutili o pericolose fantasie. In effetti per indagare e riconoscere adeguatamente tali situazioni occorre confrontarsi prima di tutto con l'interezza della persona, non solo in termini di pia generosità ma con un'attenzione e una conoscenza dei meccanismi fisiologici più sottili e poi considerare sempre la questione nel tempo. La questione tempo e la cronologia  degli avvenimenti sono dati fondamentali dell'anamnesi e l'esperienza mi ha dimostrato che tante diagnosi di patologie croniche apparentemente non identificabili si attuano correttamente semplicemente operando un'adeguata indagine anamnestica. Ma occorre anche  conoscere almeno i principali collegamenti contemplati dalla medicina cinese, dalla kinesiologia applicata (che non è orientale ma è nata negli anni 60 negli Stati Uniti), dell'omeopatia e dall' omotossicologia (che sono nate in Germania). E poi occorre chiedersi e chiedere ripetutamente : quando, come, dove, perché?
In tante situazioni occorre realmente trasformarsi in un serio detective e non escludere nessuna ipotesi. Molto spesso infatti, come in tanti acuti romanzi gialli, pure essendoci stato un grave delitto l'assassino  risulta introvabile in quanto sono dati per scontati troppi elementi e troppe persone sono state escluse dal numero dei sospetti. Occorre allora ricominciare con calma a riconsiderare  tutti i dati, tutte le prove, tutti gli alibi senza preconcetti di sorta, perché solo così si può riuscire ad individuare il vero colpevole, insieme ad un valido movente.

8-  La Medicina intesa in senso lato, vale a dire  ogni tentativo di affronto del problema della salute, possiede anche un altissimo valore educativo allorchè tende a favorire una assunzione di responsabilità nei confronti della vita e del proprio bene.
Se, come già detto,  il sintomo può  essere considerato un vero campanello d'allarme e ogni malattia o disturbo sono  dei precisi segnali di uno squilibrio presente nella persona, allora la responsabilità-dal latino "respondere"-si realizza in una libera e consapevole risposta per tentare di fronteggiare adeguatamente la realtà concreta. Molto spesso però il paziente non riesce a ritrovare o mantenere un sostanziale benessere non solo per il fatto di non possedere il farmaco più adeguato ma anche perché difficilmente riesce ad individuare l'origine, il perché della propria malattia. Compito essenziale del medico dunque, come di qualsiasi operatore della salute, è quello di decodificare i sintomi e la storia del paziente per aiutarlo a cogliere l'origine del problema, al fine di proporgli una possibile via d'uscita. Non si può parlare infatti  di reale intervento terapeutico se, almeno tentativamente, non si va alla radice del problema. Ma se il sintomo, il disturbo, la malattia esprimono quasi sempre un messaggio spesso inconsapevole, un grido a volte drammatico, che  risposta  si darà cercando prima di tutto di sopprimere il sintomo senza porsi ulteriori domande? E, dato che un significato può essere intravisto unicamente in un contesto globale e personale, come sarà possibile decifrare il grido o il messaggio veicolato dal disturbo di salute se avremo gli occhi rivolti soltanto al particolare?
Attraverso una seria attenzione, supportata da adeguate conoscenze ed esperienze (per non limitarsi soltanto a delle pie intenzioni), sarà possibile intravedere dove e quando il soggetto che si è rivolto a noi non ha saputo o voluto rispettare le esigenze del suo organismo, della sua persona; nei confronti del cibo, dell'attività e del riposo, del lavoro psichico e dell'esercizio fisico; nel rapporto con se stesso, l'ambiente, il clima, le altre persone, gli affetti e altro ancora. E poi cercando di decifrare cosa vuole esprimere, magari inconsciamente, attraverso il suo disturbo e come può superarlo; quale strada può essere proposta, senza seguire necessariamente schemi precostituiti e cercando di andare sempre il più possibile alla radice della questione . Naturalmente il paziente può accettare o meno ciò che l'operatore propone ma viene comunque in tal modo aiutato a porsi responsabilmente di fronte alla realtà senza barare.
Per portare un esempio semplicissimo, in una visione equilibrata in cui la salute non è l'unico valore della vita, per una volta si potrà anche accettare un mal di pancia pur di apprezzare una cucina raffinata o per gustare un piatto di grande valore, ma non si potrà consumare tutti i giorni un alimento sicuramente nocivo; sarebbe infatti come farsi del male con le proprie mani.
In molti casi sembra addirittura che tante malattie siano come "indotte", "volute" e "cercate", a volte  quali forme di espiazione, altre per una profonda trascuratezza nei confronti della propria salute e in definitiva di se stessi. Si sa che per un grande ideale si può anche sacrificare la propria vita e in questi rari casi il nostro compito sarà al massimo quello di limitare i danni, ma queste sono comunque situazioni molto particolari e che possano essere ritenute dignitose soltanto se vissute realmente per un bene maggiore e non per puro masochismo. Nella più semplice quotidianità occorre continuamente decifrare, capire,  smascherare i vari meccanismi autolesivi e cercare di mostrarli all'attenzione degli interessati perché si rendano conto della reale natura di tali atteggiamenti che nascono quasi sempre da un mancato rispetto verso le esigenze più profonde e più vere del nostro io. Un rispetto che viene a mancare anche perché ci si trova spesso e inconsapevolmente a seguire il "copione " sbagliato. Un copione  quasi sempre prevedibile a partire dalle esperienze negative prenatali, sommate a quelle dei primi anni di vita. Non si vuole qui negare certamente la libertà della persona ma per dirla con V. Frankl: "La libertà dell'uomo non significa che l'uomo è libero dai condizionamenti biologici psicologici o sociologici, ma piuttosto che è libero di assumere un atteggiamento proprio nei confronti di qualunque condizionamento o situazione."(25)
Proprio per questo c'è bisogno di aiutare e di essere aiutati a decifrare tali condizionamenti, specie quando producono effetti decisamente negativi.
Altre volte ancora il frequente ricorso alle cure mediche  tradisce chiaramente il "bisogno" di stare male per potersi sentire curati o almeno per avere l'illusione di esserlo. Ma come purtroppo accade molto spesso che non si riesce a  distaccarsi dalle figure di genitori dai quali non si è ricevuto un amore adeguato, perché si resta inconsciamente aggrapparsi alla speranza di ottenere ciò che non si è ancora trovato e anche perché privati dell'autentico amore che solo produce vera libertà nel figlio, allo stesso modo si tende a rimanere emotivamente imprigionati nella ragnatela  delle prescrizioni sintomatiche e degli esami ripetuti (inutilmente)  all'infinito. Senza trovare quasi mai  chi si curi veramente della persona e della sua più vera  esigenza che coincide non soltanto nel trovare il farmaco o la tecnica più adeguata (pur se fuori della ufficialità) ma anche a ritrovare la propria libertà nel guardare con maggiore lucidità e verità la propria vita e i relativi problemi. Paradossalmente si continua invece troppo spesso a rimanere legati (magari lamentandosene quotidianamente) ad una "medicina sempre meno soddisfacente quanto più si fa complicata, tecnicistica e  spersonalizzata. Infatti i pianificatori, coerenti solo con i loro condizionamenti culturali populisti, stanno ancora baloccandosi con gli schemi artefatti di una giustizia sociale che distribuisce gratis a tutti le forme esteriori ma non il contenuto sostanziale della medicina ...... il ricorso  esasperato alla medicina si identifica con il gesto dell'infante nella fase orale freudiana, che succhiandosi il pollice tenta di risuscitare -gratificandosi con un equivoco dei sensi- la vicinanza protettiva della madre e del suo capezzolo turgido e pulsante".(26)
Se è giusto ascoltare e cercare di comprendere il disagio del paziente al di là di come lo comprende lui stesso (cosa che avviene raramente), mi sembra invece una forma di immoralità rendersi complici dell'autoinganno del paziente che continua a consumare farmaci, cambiare medico, girare nuovi reparti, ripetere esami clinici e di laboratorio, al solo scopo -non del tutto cosciente- di sentirsi curato, senza però mai trovare una vera soluzione o una reale soddisfazione (e questo invece accade spessissimo).
Si potrà obiettare che tutto questo è perlopiù di pertinenza psicologica e che non c'entra pertanto direttamente col mestiere di medico. Ed ecco che  ricompare così quella tremenda divisione che non permette un affronto reale della persona e della sua domanda di salute. Pur accettando una specificità "psicologica" e cioè che non tutti gli operatori sanitari possono trasformarsi immediatamente in psicoterapeuti, e lasciando perciò tale compito a chi possiede una adeguata conoscenza e una sufficiente esperienza, è pur vero che se l'aspetto che chiamiamo per comodità "psicologico"  ha a che fare direttamente e inscindibilmente con la salute come si fa ad affrontare tale questione senza una accurata e approfondita  conoscenza in merito? Però non a lato, non dopo, non in altra sede ma contestualmente all'intervento di tipo sanitario.
Vorrei sommariamente riportare, a titolo di esempio, i dati relativi al mio primo incontro con una paziente sui quarant'anni,avvenuto qualche mese fa.  Da molto tempo questa persona soffriva di forti dolori alle anche e di fastidiose cervicalgie . La curva fisiologica cervicale era scomparsa e nello stesso tratto del rachide era presente una discopatia tra la quarta e la quinta vertebra. Qualche anno prima  in seguito ad una caduta si erano manifestati dei dolori costanti agli arti inferiori, ricollegabili ad un'ernia discale del tratto lombare. In seguito la paziente era caduta altre volte facendosi parecchio male; si era sottoposta a molte visite specialistiche e diverse terapia farmacologiche  senza ricavarne alcun sollievo. Per lunghi periodi è stata costretta ad abbandonare l'attività lavorativa e a restare a letto a causa dei forti dolori. Una mattina di tre anni fa alzandosi dal letto ha avvertito un dolore acutissimo alle ginocchia che da allora non è più passato. Per stare seduta ha bisogno di sedie speciali e se rimane in piedi senza muoversi, dopo circa un minuto le ginocchia non la reggono più.
A causa  dell'ernia discale lombare ha subito un delicatissimo intervento chirurgico in Francia ma in seguito è stata peggio di prima. Si era anche sottoposta per diversi mesi ad una particolare terapia iniettiva pur avvertendo sin dai primi trattamenti che la cosa non le avrebbe giovato affatto anzi l'avrebbe peggiorata,come poi è avvenuto.
In generale sembrava avesse scelto e inboccato sempre strade sbagliate pur possedendo una profonda capacità di giudizio ed una acutezza mentale non comune. Dopo un attento ascolto e il chiarimento di alcuni passaggi, ho domandato semplicemente: "perché? Perché tutto questo? " Trascorso qualche attimo di sbigottimento per l'insolita domanda, la paziente è riuscita a  "sintonizzarsi" e mi ha elencato una serie di  "coincidenze".
La caduta più rovinosa  era avvenuta subito dopo la morte della madre, deceduta peraltro per una malattia particolarmente dolorosa e distruttiva. Le ginocchia avevano cominciato  a non sostenerla più dopo il fallimento economico del padre e via dicendo. Ma questa mancanza di autonomia dalle figure genitoriali, unitamente alla profonda ostilità verso se stessa, rimandavano a radici  ancora più remote. Per tale motivo ho cercato di indagare  nel suo mondo emotivo attraverso alcuni test kinesiologici e in breve è risultato chiaro ad entrambi (a me e alla paziente) che la radice iniziale dei suoi problemi era da collocarsi tra il sesto e il nono mese del suo sviluppo  prenatale. A quel punto la paziente  ha citato la frase minacciosa pronunciata da suo padre per la prima volta verso il sesto mese di gravidanza della moglie: "Guarda che se è femmina ti lascio".
Tra l'altro tale separazione era poi avvenuta realmente e la frase paterna con il relativo contesto le erano stati ricordati più volte dalla madre. E come succede quasi sempre in tali situazioni, la figlia -in questo caso la mia paziente- si era sentita tremendamente in colpa sviluppando una sorta di rabbia distruttiva verso se stessa.
A volte abbiamo purtroppo a che fare con situazioni  che non si riesce del tutto a superare e in cui non si arriva ad individuare una qualche responsabilità del paziente o  anche a malattie che non siamo in grado di guarire nè con le terapie ufficiali né con quelle non convenzionali, ma anche in queste situazioni più gravi e drammatiche la realtà sta dicendo comunque qualcosa che è importante ascoltare  e abbiamo pertanto il compito come operatori  di favorire tale ascolto. Inoltre nel rispetto della mentalità e della cultura  del paziente va sempre ricordato che ogni evento, specie se drammatico, rimanda sempre al fatto che una delle principali  esigenze umane è quella di conoscere e trovare un senso alla propria esistenza. Come dice V. Frankl: " L'uomo cerca sempre un significato della sua esistenza; egli è sempre nell'atto di muoversi alla ricerca di un senso del suo vivere; in altre parole, è ciò che io chiamo "la volontà di significato".(27)

9-  Il problema  del riconoscimento  ufficiale della validità di gran parte delle Medicine non convenzionali, della omeopatia in particolare, è una questione molto delicata e che va perciò affrontata con estrema prudenza.
Innanzitutto ci sarebbe da capire perché  a livello istituzionale si divida la sanità in due tronconi ben distinti, quello pubblico e quello privato, e li si tratti rispettivamente come serie A e serie B. Capisco che per un amministratore pubblico esista  l'eterno problema del reperimento dei fondi, ma perché non si dovrebbe considerare fra le risorse a favore della salute anche tutto il contributo che viene dal privato, senza doverlo sempre penalizzare o svalutare? E poi, come è stato già detto, anche se esiste un problema di riconoscimento del diritto dei cittadini ad usufruire delle terapie che ritengono più opportune, la prima questione non è tanto se inserire questa o quella terapia nel supermercato dei servizi pubblici più o meno gratuiti quanto quello di riconoscere una reale libertà di curarsi.
È forse così difficile pensare che i milioni di persone che hanno sperimentato sulla loro pelle la positività delle terapie non convenzionali tanto da preferirle in molti casi a quelle convenzionali, pagando di tasca propria in termini di impegno e di denaro, meritino un minimo di rispetto e di considerazione?
È forse così assurdo ritenere che i milioni di genitori -oramai siamo a questi numeri anche nel nostro paese- che hanno visto i loro figli migliorare sensibilmente il livello di salute con terapie non convenzionali, dopo averli curati per anni con i metodi consueti, meritino una certa attenzione? Attenzione che  meriterebbero diversi sistemi terapeutici anche per il solo fatto di avere alle alle loro spalle tradizioni di secoli o millenni. Anche perché ben difficilmente una metodica senza funzionalità e senza sponsor resisterebbe così tanto alla prova del tempo. Quella attenzione che in ogni serio scienziato dovrebbe pure suscitare qualsiasi fenomeno inatteso. Oppure tutto questo è privo di qualsiasi valore sinché non è stato sottoposto alla prova del "doppio-cieco" che adattandosi soltanto a fenomeni privi di variabili e costringendo di conseguenza ad isolare organi e funzioni e ad impiegare in tutti i casi lo stesso prodotto o lo stesso input sembra studiato apposta per la Medicina convenzionale?
Pare vi sia anche chi con estrema ingenuità è arrivato a parlare della Comunità Scientifica come di un soggetto omogeneo che realizza sempre e comunque a livello mondiale un costante e  inarrestabile progresso della conoscenza. Ma ammesso e non concesso che tale comunità esista e non sia solo un'entità astratta, sarebbe comunque composta dagli scienziati  riconosciuti dal potere ufficiale, mentre ci sono fior di scienziati, ricercatori, medici, ingegneri etc.che non hanno nulla da invidiare agli altri se non il riconoscimento da parte del potere costituito che poi è funzionale alla cultura dominante. E comunque quando si parla di una seria evoluzione e di una sostanziale omogeneità delle conoscenze scientifiche ci si deve riferire ancora una volta alle conoscenze di tipo fisico-matematico, non certo invece a questioni  che riguardano direttamente la Medicina. Ma siccome la presunzione e l'ingenuità umane non hanno limiti, specie in questo campo, vorrei citare quanto espresso -purtroppo- da un responsabile di una importante istituzione a carattere culturale. "Non si preoccupi,-mi disse- tutto si chiarirà in poco tempo. Infatti una commissione ufficiale è già al lavoro e deciderà tra poco se l'omeopatia è valida oppure no; così sapremo finalmente se è una cosa buona oppure è soltanto una fregatura".
Esultate pazienti di tutto il mondo, (tra questi ci sono anch'io, mia moglie e i miei figli, i genitori, alcuni parenti, gli amici, i pazienti curati in 25 anni di professione; quelli "spontanei" e quelli inviati, senza dare troppo nell'occhio, da diversi medici di base e alcuni specialisti; ci sono poi i miei "allievi", cioè quei medici che ho avuto il piacere e l'onore di aiutare nella loro  formazione omeopatica e i relativi pazienti; un bel numero davvero anche solo a considerare ciò che mi riguarda più da vicino)esultate dunque perché è arrivato finalmente chi vi dirà se in tutti questi anni vi siete realmente curati; se in tanti casi  siete realmente guariti  da penose sofferenze oppure avete soltanto finto o siete stati colpiti da una pericolosa isteria di massa!
Ritornando alle cose serie, se il metodo del "doppio-cieco" sembra essere quello che offre maggiori garanzie di oggettività quando si tratta di sistemi semplici e perciò ben classificabili in serie, non è sicuramente il più adeguato a studiare sistemi più complessi caratterizzati da numerose variabili. Tale rilievo non nasce dalla volontà di sfuggire ad una verifica oggettiva ma semplicemente dal fatto che quasi tutte le metodiche terapeutiche non convenzionali  procedono con meccanismi personalizzati e difficilmente omologabili. Come si fa a verificare in "doppio-cieco" un trattamento di agopuntura, l'effetto di un rimedio omeopatico, una seduta di kinesiologia applicata od un percorso psicoterapico se tutte queste metodiche procedono con una impostazione nettamente globale e personalizzata? E come si fa a dimostrare  "scientificamente" la validità dei vari interventi terapeutici impiegati in un caso clinico quando il risultato raggiunto è frutto di diverse metodiche e rimedi assemblati in modo unico e personalizzato per rispondere a quella singola e irripetibile situazione?
Devono esistere altri sistemi e andrebbero comunque percorse altre strade per convalidare l'efficacia di gran parte delle Medicine non convenzionali. D'altra parte se un sistema terapeutico, come per esempio l'omeopatia, utilizza dei parametri che sembrano debordare, almeno per certi aspetti, le leggi chimico-fisiche utilizzate più di consueto, non sembra davvero adeguato accanirsi sulla necessità di ridurre la questione in termini troppo semplicistici , rifiutando a priori ogni sua validità perché  "non si comprende come possa funzionare".
Una proposta che mi sento di fare, lasciando aperta ogni altra strada,  è quella di coinvolgere in tali ricerche i medici di base, anche perché questi si trovano quotidianamente a contatto con le patologie più disparate. Si potrebbero poi utilizzare dei questionari ben formulati da fornire ai pazienti con possibili valutazioni sul prima e dopo la terapia. Si potrebbero inoltre  eseguire delle valutazioni oggettive utilizzando i comuni esami di laboratorio e altri moderni  strumenti di valutazione prima e dopo i vari trattamenti. Per la verità diverse ricerche in tal senso sono già state condotte almeno in Francia e Germania e sono disponibili libri e riviste di grande interesse che riportano con chiarezza tali risultati ma che vengono normalmente snobbati dalla Medicina ufficiale che neppure si degna di prenderli in considerazione. E comunque non può esser assolutamente ritenuto privo di valore "scientifico" il parere che nasce dall'esperienza di migliaia di medici e milioni di pazienti che hanno provato direttamente l'efficacia delle terapie non convenzionali. Esisterà pure infine il diritto del paziente a riconoscere la propria guarigione  in seguito ad uno specifico intervento terapeutico, o no?
Comunque credo sia da apprezzare anche lo sforzo di quei ricercatori che tentano in varie forme di scomporre le questioni più scottanti in termini semplici e perciò più facilmente verificabili con i metodi  correntemente usati della scienza ufficiale. Le riduzioni,come abbiamo già detto, presentano sempre il grosso rischio di snaturare i fenomeni che si vogliano osservare, ma in questo caso potrebbero almeno servire ad alimentare la categoria della possibilità. Una categoria che dovrebbe opportunamente appartenere ad ogni serio scienziato, ricercatore ed operatore della salute ma che purtroppo in certi ambienti sembra di sempre più difficile reperimento. In altre parole, se un sistema ridotto come una cellula o un tessuto reagiscono a certe specifiche sostanze, contraddicendo le regole e i paradigmi più consueti, questo può creare, almeno nei soggetti più attenti, lo spazio mentale della possibilità sul quale poi sarà possibile confrontarsi con maggiore serietà. Perché non si trova mai ciò che non si vuole trovare o ciò a cui non si concede uno spazio mentale lasciato alla possibilità.
Dice a proposito il vicepresidente di una delle più importanti società mondiali di agopuntura: "Le teorie cognitive, antiche e moderne, sono progresso della conoscenza non verità assolute; la scienza, che è una delle vie alla conoscenza, peraltro perfettibile e la cui oggettività è basata su una accordo tra i più, necessariamente legata a un certo concetto di progresso,  sostenuto a sua volta da un modello cognitivo. Dunque se ci riferiamo alle Mnc (Medicine non convenzionali) affrontiamone serenamente tutti gli aspetti e in particolare soffermiamoci, se vogliamo che venga effettuata una ricerca scientifica, sulle specifiche necessità di tale ricerca: disponibilità ad affrontare questo tema, fondi, definizione di una specifica metodologia di ricerca. Devo purtroppo osservare che a fronte del fatto che i medici che praticano le Mnc  si sono resi disponibili negli ultimi anni mettendo a disposizione le proprie conoscenze  e la propria esperienza, accettando l'istituzione di registri presso gli Ordini, dando consulenza per le proposte di legge o nelle commissioni istituzionali, nulla a loro è stato riconosciuto né sul piano giuridico ( dove continuano a rischiare in prima persona, vedi codice deontologico) né sul piano scientifico   ( ci si ostina a chiamarli "alternativi" senza fare lo sforzo di considerare la necessità di una evoluzione dell'assolutismo del paradigma  biomedico attuale). Credo poi che non sia corretto enfatizzare i pochi rischi della Mnc che si sono affermate proprio grazie alla loro sicurezza: se escludiamo alcuni aspetti delle manovre di alcune tecniche manipolative, e alcuni aspetti, peraltro rari, di tossicità di alcune piante medicinali, che peraltro possono essere facilmente controllabili, i rischi delle metodiche non convenzionali sono sostanzialmente basse e non paragonabili agli eventuali effetti iatrogenici della farmacologia moderna. Ritengo sia comunque antiscientifico imporre a tutta la classe medica e all'intera nazione punti di vista che pure sono oggetto di discussione in tutto il mondo."(28)

10-  Secondo una definizione riportata su un numero di Jama del 1998, la Medicina non convenzionale è "un insieme vasto di pratiche sanitarie diverse da quelle proprie del sistema sanitario politicamente dominante in una particolare società o cultura". Una definizione questa  piuttosto ampia e che comunque mette in chiara relazione il sistema sanitario vincente con il tipo di politica e di cultura dominanti e non lo considera come un qualcosa di valido in assoluto. Ma, al di là delle definizioni ufficiali, nella pratica clinica quotidiana sono praticamente emarginate ed escluse anche una serie di pratiche e di conoscenze che non fanno parte in senso stretto dell' alternativo o non convenzionale, ma che di fatto seguono lo stesso destino.
Nessuno si sognerebbe di dire di primo acchito che l'alimentazione fa parte delle terapie non convenzionali. Infatti se ne fa un gran parlare ogni giorno su TV, libri e riviste e inoltre sembrano esistere sempre maggiori documentazioni sulla sua importanza quale fattore di salute o di malattia. Eppure non è ancora entrata a far parte del normale bagaglio di conoscenza medica. Esiste la figura del dietologo  che per fortuna da qualche tempo opera anche  in alcuni ambienti ospedalieri, ma non è comunque una figura professionale strettamente collegata al medico e al suo lavoro. Per cui tale conoscenza resta, come già detto, a lato cioè in secondo ordine rispetto all'operato del medico, il quale non disponendo però di precise conoscenze in merito è costretto a sorvolare la questione o ad affidarsi semplicemente al buonsenso come una qualsiasi persona non addetta ai lavori. La stessa considerazione vale circa l'aspetto psicologico dei problemi di salute. Nessuno oggi nega più l'esistenza delle malattie psicosomatiche ed esistono montagne di studi di ogni genere che spiegano come il funzionamento psicoemotivo possa fortemente influenzare l'intero organismo. Eppure anche questo non è argomento di stretta pertinenza medica. È piuttosto di pertinenza dello psicoterapeuta ma anche tra quest'ultimo operatore e la Medicina ufficiale esiste un abisso. Il medico ha molta più dimestichezza con le figure del neurologo e dello psichiatra, perché sono anch'essi medici e affrontano i problemi della salute da un versante prevalentemente organicistico-farmacologico.
Si potrebbe poi accennare all'aspetto fisioterapico. Non che qualsiasi medico debba necessariamente mettersi a fare anche della fisioterapia, ma esistono massaggi, mobilizzazioni, manipolazioni e tecniche posturali che pur non rientrando nell'insieme del "non convenzionale" non sono minimamente conosciuti dal medico. E, a meno che non sia fornito di una specifica specializzazione (fisiatra e, forse, ortopedico) non si capisce come possa proporre e di conseguenza usufruire di tali risorse nel suo lavoro. Ma qui si aprirebbe un ventaglio incredibile di tecniche  ritenute più o meno convenzionali e che spesso possiedono delle potenzialità curative impressionanti, unite quasi sempre ad una grande semplicità. Esistono tecniche manipolative -in senso lato- che sono in grado molto spesso di sbloccare in pochi minuti situazioni di dolore e di tensione che persistevano da anni. Esistono delle semplicissime tecniche posturali abbinate all'atto respiratorio che possono essere apprese con estrema facilità e praticate anche a domicilio con grandi benefici sia curativi che  preventivi. Esistono delle tecniche di massaggio che agiscono con grande utilità sulla struttura muscolo-scheletrica e addirittura anche sugli organi interni ed altre ancora che sono in grado di favorire l'alleviamento di gravi tensioni psichiche. Ora cosa c'è di più semplice di un massaggio?
Eppure tutto questo resta fuori della porta, emarginato, confinato, tuttalpiù tollerato. Sono forse metodiche troppo semplici?
Anni fa mi trovavo nei sotterranei d'una enorme banca svizzera che contava più di 3000 impiegati ad imparare da un medico -il medico della banca appunto- una metododica che consiste in un particolare tipo di massaggio dei meridiani dell'agopuntura cinese. Di fronte ad evidenti quanto inaspettati risultati  non riuscivo a trattenere il mio stupore e ad un certo punto il mio "insegnante" uscì con questa specie di battuta: "Lo sai perché i medici non sono interessati a questo metodo? Perché è troppo semplice!"
Forse in parte è anche così, ma come non vedere in tutto questo il risultato di una manovra massiccia portata avanti da una mentalità ristretta e fortemente legata all'industria del farmaco? Tutte le tecniche in grado di fare prevenzione a buon mercato; tutte le tecniche in grado di curare senza l'impiego di farmaci o di macchinari costosi sembrano come lasciate alla deriva con il marchio di "non importante", "non convenzionale", "non provato scientificamente". E il fatto più inquietante è che tutto questo crea nel tempo una mentalità, una cultura,una trasmissione del sapere che si chiudono a riccio di fronte ad ogni concreta novità e usano qualsiasi mezzo per difendere le posizioni acquisite,mascherandole di bontà, generosità,amore, progresso. In una parola, mascherando la menzogna con una parvenza di assoluta e indiscutibile verità che diventa una rete nella quale sono già caduti troppi cervelli.
Gli attributi di "non provato" e "non scientifico" vengono appioppati fra tanti argomenti anche alle cosiddette "geopatie". Con questo termine vengono indicati tutti i disturbi legati alle influenze negative generate da una specifica situazione nello spazio. Esistono cioè delle zone, delle località, delle posizioni dove a causa di onde elettromagnetiche o di altra  natura si creano delle condizioni sfavorevoli alla salute. Eppure nonostante i sempre più numerosi riscontri sulla pericolosità  di certi luoghi o di certi tipi di onde si fa ancora tanta fatica a collegare la malattia al luogo dove si vive o si lavora. Se l'inquinamento è di tipo chimico le cose sono piuttosto semplici ma se invece è di tipo fisico, cioè geopatico, dove entrano in ballo le linee di faglia, le correnti di acqua sotterranea ed altro ancora la questione assume toni molto oscuri e poco definiti. Forse che una ricerca in tal senso evoca un po' troppo da vicino la figura del rabdomante e della sua bacchetta? Eppure a dispetto di tanto scientismo che non vede al di là del proprio naso gli esseri umani hanno cercato e trovato l'acqua per millenni con tale sistema e pare addirittura che alcune compagnie petrolifere  si avvalgano tuttoggi dell'opera di esperti rabdomanti.
Ma ad essere sinceri, in tema di salute,  alternativo o non convenzionale è soprattutto la categoria della complessità.
Poniamo, per portare un esempio alquanto banale e quotidiano, che un soggetto litighi aspramente con la moglie o col marito oppure col vicino di casa. Se tale episodio di collera non sarà prontamente superato attraverso una sana elaborazione o un serio dialogo o una adeguata introspezione, tenderà a far sentire i suoi effetti anche per lungo tempo, disturbando l'organismo nella sua totalità. Si sa che ogni situazione emotiva importante condiziona un tipo di postura e dunque, anche se in modo inconsapevole, il nostro soggetto tenderà con tutta probabilità ad assumere un atteggiamento "di lotta". Si piegherà dunque leggermente in avanti e  presenterà una maggiore contrazione dei muscoli cosiddetti "della lotta", cioè prima di tutto  il massetere, il bicipite e il brachioradiale. Avrà di conseguenza la mascella contratta e le braccia  un pò flesse. Ma lo sbilanciamento anteriore del corpo e l'irrigidimento generale, specie a livello dell'articolazione tempomandibolare, favorirà l'insorgere di contratture dolorose  a livello cervicale e probabilmente anche lombosacrale. Inoltre per effetto della collera più o meno trattenuta e dello stato generale di tensione si innescherà una notevole produzione di adrenalina, cortisolo ed altri ormoni da parte delle ghiandole surrenali con probabile aumento della pressione arteriosa. A sua volta la suddetta produzione ormonale, superiore alla condizione fisiologica, condurrà, se protratta nel tempo, ad un sovraccarico delle ghiandole surrenali; situazione che può essere ulteriormente aggravata da un insufficiente recupero fisiologico attraverso il riposo notturno. Infatti in uno stato di tensione generale la qualità del sonno non migliorerà di certo. E siccome le ghiandole surrenali sono strettamente collegate alla funzione dei muscoli sartorio e gracile che  contribuiscono a loro volta alla stabilizzazione del bacino, tale parte del corpo andrà più facilmente incontro a degli squilibri di posizione con aggravamento delle suddette problematiche lombosacrali, innescando così una sorta di circolo vizioso. Intanto non va dimenticato che a livello energetico -vedi medicina cinese- la condizione di collera sovraccarica il fegato (ma non si usa anche da noi l'espressione: "rodersi il fegato"?) condizionando poi un'iperacidità gastrica e una inibizione della funzione polmonare. Una respirazione meno profonda può favorire non soltanto una maggior disposizione a malattie cosiddette "da raffreddamento" ma si collega in modo diretto ad un certo grado di inibizione del muscolo diaframma. Se ora sommiamo l'iperacidità e la tensione a livello gastrico con il calo di tono del muscolo diaframma abbiamo la strada aperta per un reflusso gastro-esofageo o addirittura per un'ernia iatale. Ma, oltre ai disturbi digestivi e ai dolori retrosternali, il suddetto riflusso e l'eventuale ernia iatale danno molto frequentemente anche problemi  funzionali cardiaci come extrasistoli ed altri tipi di aritmie. Per di più il cibo mal digerito, anche per effetto di una masticazione approssimata e "nervosa", tenderà a provocare disturbi e gonfiori intestinali e potrà facilmente innescare la cosiddetta "sindrome della valvola ileo-cecale" con ripercussioni dolorose e  funzionali a vari livelli: dolore alla spalla destra, aritmie, cefalea, occhi gonfi etc. Tutto questo ( naturalmente si tratta dei collegamenti più semplici ed evidenti) non è assolutamente frutto di fantasia e anche se non si trova in nessun testo di Medicina ufficiale e non viene insegnato all'università può essere però facilmente osservato quotidianamente in una attenta pratica clinica. Si potrà anche obiettare che quasi tutti i disturbi citati -come pura esemplificazione- sono soltanto funzionali, cioè non hanno nulla di organico, di grave o di lesionale. Questo è certamente vero ma, a parte il fatto che tali disturbi sono in grado comunque di far soffrire seriamente le persone e perciò andrebbero prese attentamente in considerazione, costituiscono anche una sicura base per lo sviluppo nel tempo di lesioni organiche serie e almeno parzialmente irreversibili.
La questione vera a mio parere è un'altra ed è costituita piuttosto, come già detto, dalla perdita del concetto di globalità. Non si riesce normalmente a collegare, a comprendere i nessi e a scoprire l'origine funzionale di tanti problemi perché non si tenta neppure di farlo. E purtroppo senza quest'arte non ci sono farmaci miracolosi o esami di laboratorio che tengano. Sarebbe un po' come voler trovare il movente di un delitto soltanto misurando con tecniche  sofisticate l'ampiezza del foro lasciato da un proiettile.
Non si può tacere inoltre il fatto che il medico che intenda aprirsi alle pratiche "alternative" si ritrova ancora oggi, anzi ora più che mai, sotto la spada di Damocle del codice deontologico -in pratica le norme  emanate dagli ordini professionali  per regolare l'attività del medico- che traduce un atteggiamento molto restrittivo e sospettoso nei confronti delle terapie non convenzionali e che in caso di problemi o di insuccessi terapeutici  può anche rappresentare un importante appiglio per una condanna penale.
Tale atteggiamento ostile e restrittivo viene motivato come sempre innanzitutto con il dovere di non privare il paziente delle terapie  ufficiali di "sicura e riconosciuta  efficacia". Ma quale "sicura efficacia" se milioni di persone anche nel nostro paese si rivolgono alle terapie "alternative" proprio perché non hanno ottenuto alcun beneficio da quelle convenzionali? Non capire questo semplice passaggio significa veramente negare l'evidenza.
Naturalmente non voglio negare l'opportunità di alcune fondamentali norme deontologiche e credo che nessun medico si sognerebbe di curare un infarto miocardico o una grave infezione batterica oppure una reazione anafilattica soltanto con metodiche non convenzionali, ma in tantissime altre situazioni di malattia è proprio la Medicina ufficiale a non sapere che pesci pigliare, condannando così milioni di persone a soffrire inutilmente nelle maniere più svariate anche per l'intera esistenza. Quanti casi di disturbi gastrointestinali -reflusso gastroesofageo, sindrome della valvola ileo-cecale, turbe funzionali intestinali, ulcera, colite ulcerosa etc.-; quante situazioni in cui si ripetono infezioni respiratorie, malattie allergiche e asmatiche; quanti casi di acne deturpante insieme a tanti altri problemi di pelle che diventano una vera rovina per molti adolescenti, ragazze in particolare; quante nevralgie, cefalee, emicranie tanto gravi da essere invalidanti; quanti casi di malattie reumatiche, ipertensione, intolleranze, problemi mestruali di ogni tipo si comprendono e si curano prima e meglio con terapie non convenzionali? Senza considerare poi l'incidenza sensibilmente minore di effetti collaterali.
Per portare ancora un facile esempio,nel corso degli anni mi è capitato di incontrare decine e decine di persone che soffrivano di crisi ipoglicemiche.Il disturbo si presenta in genere con improvvisi cali di energia,nausea, vertigini, pallore, tachicardia od extrasistoli e, a volte, anche con una fastidiosa sensazione di svenimento.Quasi tutte le persone suddette erano già state viste dal proprio medico. Avevano già fatto le analisi di routine e molte si erano anche sottoposte ad una o più visite cardiologiche senza alcun risultato ma soprattutto senza ottenere alcuna indicazione, dato che le analisi e gli esami clinici non rivelavano alcunchè di patologico in quello specifico settore specialistico!
Per fortuna in tutti i casi è stato sufficiente informarsi sulle abitudini alimentari, valutare con semplici test kinesiologici il livello di stress delle ghiandole surrenali e di conseguenza fornire alcune indicazioni piuttosto elementari sul ritmo dei pasti, sull'impiego degli zuccheri e infine favorire nei casi più seri la funzione delle già citate surrenali per mezzo di alcuni rimedi naturali. E' sempre stato sufficiente tale approccio da "medico scalzo" per risolvere pressochè immediatamente tali fastidiose situazioni, alcune delle quali perduravano da anni,eppure a livello ufficiale si discute ancora se la sindrome ipoglicemica esista oppure no. Oppure quando tale sindrome venga in qualche modo accettata e perciò ipotizzata come diagnosi, che dire del consiglio medico più frequente che invita semplicemente a consumare più zuccheri (elementare no?) quando è più che accertato che il consumo di zuccheri semplici conduce in poco tempo per un effetto rebound ad un sicuro abbassamento dello zuucchero nel sangue?
Per quanto riguarda poi alcune patologie particolarmente gravi, tumori in particolare, è addirittura vietato proporre una valida terapia che non sia ufficialmente riconosciuta. Accettando pure il fatto  che nessuno possiede la bacchetta magica  per guarire tutte le neoplasie, le tante tecniche alternative conosciute costituirebbero però nel loro insieme una risorsa importantissima che anche in questo caso potrebbe dare un apporto decisivo e che invece non solo non viene accettata ma addirittura viene combattuta e ostacolata con ogni mezzo. Ho conosciuto personalmente più di un ricecatore che in anni di attenta osservazione è riuscito ad elaborare sostanze terapeutiche di grande efficacia anche in caso di tumore ma non ha potuto divulgare la cosa per non incorrere nei rigori della legge oppure è stato costretto a brevettare tali prodotti al di fuori del nostro paese. Ma è veramente serio tutto questo?
Non sarebbe giusto tralasciare infine un accenno ai tanti interventi chirurgici spesso evitabili  con l'impiego di altre terapie: fibromi, sinusiti, problemi articolari, tunnel carpale, emorroidi, taglio cesareo, solo per citare  i più evidenti. Anche qui non si vuole certamente negare la validità di una sana chirurgia ma soltanto offrire la possibilità di pensare che in tanti casi esistono strade alternative almeno  altrettanto valide se non di più.
Come è possibile che ritardi, omissioni e  fallimenti valgano soltanto per le terapia non convenzionali?

11-  Ogni serio atto terapeutico deve necessariamente essere preceduto da una fase diagnostica e proprio per questo ogni solido sistema terapeutico si è dotato di una propria metodologia diagnostica. Di conseguenza nel campo dell' "alternativo" non si trovano prima di tutto delle terapie, bensì dei sistemi di diagnosi. In estrema sintesi e per citare solo le principali, l'agopuntura tende a far leva sulle categorie opposte e complementari di yin e yang,  caldo e freddo, pieno e vuoto e sulla dislocazione dei disturbi che vengono naturalmente collegati ai percorsi dei circuiti energetici detti "meridiani". Una cefalea rimane certamente tale anche per la diagnosi energetica cinese ma a seconda delle sue caratteristiche potrà essere originata da un pieno o da un vuoto energetico e la dislocazione precisa del disturbo permetterà di collegarlo  allo squilibrio energetico di un certo meridiano. Naturalmente ogni questione va poi inquadrata il più possibile nel contesto più ampio di tutto l'organismo, ma anche la sola conoscenza del tragitto percorso dai meridiani principali permette molto spesso di collegare tra loro disturbi e dolori che sembrerebbero del tutto isolati. Quando ero alle prime armi nel mio lavoro e conoscevo soltanto vagamente il percorso dei meridiani, notavo con grande interesse la precisione con la quale alcuni pazienti descrivevano la dislocazione dei propri disturbi. Cito un racconto tipo: "Sento un dolore qui sulla fronte, all'inizio delle sopracciglia e ho spesso disturbi cervicali. Mi hanno detto che è non è possibile eppure io li sento collegati tra di loro. Poi, se permette, vorrei dirle che il dolore mi va anche sulla zona lombare e sulle natiche, tanto che faccio fatica a piegarmi specie quando fa freddo. Tutti mi hanno già detto che non c'entra nulla ma io vorrei dirlo, inoltre ho dei disturbi al polpaccio e al malleolo esterno." Io ascoltavo, annotavo tutto e poi andavo a controllare trovando quasi sempre una incredibile corrispondenza con il percorso di uno specifico meridiano "cinese ".
Anche qui, come già detto, le cose non si notano finché non ci si fa caso. I suddetti meridiani per chi è abituato a considerare solo ciò che è fisico e si vede con gli occhi, sono soltanto un'invenzione uscita dalla fervida fantasia di qualche antico cinese ma se appena li si considera come qualcosa di reale li si riconosce senza ombra di dubbio. Ricordo anche, per portare un altro piccolo esempio, di un fatto accaduto diversi anni fa in un rifugio di montagna. Ero appena arrivato insieme ad un gruppo di sciatori di fondo. Stanchi dopo un percorso di alcune ore sulla neve, ci eravamo avvicinati subito al bar ma non ci fu il tempo di ordinare qualcosa che il barista scivolando malamente sul pavimento bagnato piombò a terra di schianto riportando una forte distorsione alla caviglia, tanto da non riuscire a muoversi per il dolore. Non sapendo cos'altro fare mi venne d'istinto di  provare attraverso una semplice manovra manuale a riportare in equilibrio il livello energetico sul meridiano alterato dal trauma. All'inizio tutti mi guardarono con curiosità mista a sospetto dato che non riuscivano a comprendere quale strana magia stessi operando ,ma dopo circa due minuti il barista si alzò in piedi con tutta sicurezza sotto gli sguardi increduli e stupiti di 18 sciatori, oltre al sottoscritto,  e riprese a servire al bar come se nulla fosse accaduto.
In omeopatia invece attraverso una minuziosa ricerca basata su: come, dove, quando e perché, si tenta di caratterizzare il più possibile i vari sintomi del paziente per stabilirne la corrispondenza con il quadro patologico di un particolare rimedio. Questo perché, come si dirà meglio più avanti, i principali rimedi omeopatici sono stati studiati, sempre impiegando piccolissime dosi, sull'uomo sano ricavandone un quadro sintomatologico ben  preciso. Una cefalea pulsante con la presenza o meno di febbre o di sete, di freddo o di brividi, farà pensare ad uno specifico rimedio, anche se naturalmente i vari sintomi vanno sempre inquadrati il più possibile all'interno di una globalità che tenti di cogliere la persona nei suoi vari aspetti.
Sempre in tema di metodologie diagnostiche  prima ancora che terapeutiche, oltre all'iridologia, all'agopuntura dell'orecchio ed altri sistemi "minori" di cui non si parlerà in questa sede, un posto di primo piano spetta sicuramente alle tecniche bioelettroniche ed a quelle kinesiologiche. La bioelettronica, elaborata principalmente da ricercatori tedeschi, ci ha fornito nel giro degli ultimi decenni un insieme di procedure e di macchinari elettronici (che richiedono però sempre la mano di un esperto operatore) in grado di evidenziare in poco tempo e con  discreta ripetibilità precisi elementi diagnostici anche in fase pre-clinica.
La kinesiologia applicata, nata negli Stati Uniti nel corso degli anni 60 del secolo appena concluso, realizza un approccio ancora più diretto alla corporeità  del paziente e basa tutta la sua fase diagnostica sul test muscolare. Imparando ad apprezzare il tono di alcuni gruppi muscolari e le possibili variazioni del suddetto tono si è in grado di stabilire un vero e proprio "dialogo" con l'organismo del paziente ottenendo risposte sufficientemente precise e ripetibili che ci offrono uno strumento di diagnosi e terapia veramente eccezionale.
Personalmente utilizzo ed insegno ad utilizzare questa metodica di facile apprendimento quale base e fulcro per qualsiasi altra tecnica terapeutica. Per portare un esempio semplice e ben documentabile, ho visto moltissimi casi di anemia legata a carenza di ferro aumentare in breve tempo e in modo assai significativo il livello di emoglobina dopo avere individuato attraverso il test kinesiologico la forma più adeguata di integrazione di ferro o di altri minerali con il relativo dosaggio. Credo vada precisato che la quasi totalità di tali pazienti avevano già assunto in precedenza e per lungo tempo del ferro in forma però inadatta ad essere ben assorbito dal loro organismo e naturalmente i successivi controlli di verifica dell'assetto ematico sono stati eseguiti sempre utilizzando i normali esami di laboratorio.
Ma per capire ancora meglio quanto possa essere preziosa una precisa funzione diagnostica va detto che non è sufficiente anche ai fini di una corretta terapia dire che: "quel soggetto ha una cefalea" oppure "ha una lombalgia". Perché  lo stesso disturbo, come si può ben capire, può avere caratteristiche del tutto particolari e soprattutto origini ben diverse a seconda dei casi. Per cogliere le peculiarità del singolo caso e tentare di risalire all'origine, al "movente", oltre agli esami più consueti sarebbero in tanti casi utilissimi anche approcci diversi che siano in grado di rilevare pure le turbe e i processi patologici pre-clinici, pre-lesionali, pre-organici. Un simile approccio diagnostico sarebbe ovviamente in grado  anche di indicare la strada più adatta alla terapia, specie se non si volesse soltanto cancellare o sopprimere il sintomo. Infatti realizzare che uno specifico problema di salute, come per esempio una cefalea, "risuona" cioè è sostenuta e alimentata principalmente da un conflitto emozionale è cosa ben diversa che se l'analogo sintomo "risuonasse" più su un livello organico provenendo per esempio da un disturbo di fegato oppure da una problematica a livello dell'assetto della colonna vertebrale. Circondati da macchinari sofisticatissimi e altrettanto costosi che certamente hanno in tanti casi una loro precisa utilità, sembra impossibile riconoscere che ancora oggi la maggior parte delle cefalee, delle ipertensioni ( ma la lista potrebbe allungarsi di molto)  ricevono l'etichetta di "essenziale", cioè senza diagnosi, semplicemente perché non si è in grado di fare una diagnosi che sappia considerare anche gli aspetti più delicati della persona.
Anche non pretendendo di curare tutto va però accettato il fatto che qualsiasi patologia umana può "risuonare" su almeno quattro principali piani: strutturale, organico, emozionale ed energetico. Questo non significa che il singolo operatore debba essere sempre in grado di curare tutto da solo ma d'altra parte come si può affrontare in modo serio la questione della salute, almeno a livello di diagnosi e di indicazioni terapeutiche, se  non considerando  simultaneamente i principali aspetti della persona e perciò della sua patologia? Non va dimenticato fra l'altro che  anche la medicina cinese tradizionale non si avvale della sola agopuntura come molti continuano a credere ma prevede che l'operatore sappia utilizzare dei rimedi fitoterapici oltre ad operare quando necessario attraverso delle manipolazioni, dei massaggi o delle particolari tecniche ginniche.
D'altra parte, se i principali piani della patologia sono almeno quattro, si può fare un parallelo con un palazzo di quattro piani, a ognuno dei quali corrispondano  più appartamenti. Se scoppiasse un incendio in un appartamento occorrerebbe innanzitutto stabilire il piano, altrimenti l'opera di spegnimento risulterebbe  oltremodo laboriosa e certamente meno efficace. Proprio per questo a me piace parlare di un sistema di chiavi e di porte. In una concezione di salute e di terapia il più possibile globali abbiamo bisogno certamente delle chiavi giuste per entrare nel sistema adeguato e queste possono essere costituite, per esempio, da farmaci o punti di agopuntura oppure da precisi sblocchi vertebrali o indagini puntuali a livello emozionale, ma tutto ciò presuppone anche che sia stato precisata la porta più giusta da aprire, quella cioè che ci conduce al livello più seriamente interessato. Altrimenti la nostra opera sarà sempre superficiale o soppressiva  piuttosto che fisiologica e tendenzialmente risolutiva.
Se il suddetto sistema delle chiavi e delle porte fosse impiegato, almeno come orizzonte, a tutti i livelli della sanità, verrebbero eliminati pure tanti settarismi del tutto anacronistici, presenti purtroppo anche nel campo delle Medicine non convenzionali. La stessa omeopatia potrebbe venire impiegata con più precisione e con risultati certamente superiori, perché la si impieghererebbe al momento giusto e con una maggior precisione rispetto alla scelta del rimedio più adatto. E si potrebbero evitare anche quei ridicoli  "parrocchialismi" che nascondono sempre delle inutili chiusure che nulla hanno da spartire con la domanda di salute del paziente.
Per quanto riguarda le specializzazioni ufficiali nessuno credo si proponga di eliminarle visto che  costituiscono una risorsa di informazioni e di capacità tecniche che risultano in tanti casi  indispensabili e vincenti. Purché però la formazione dello specialista sappia riaprire gli occhi alla globalità e sappia collegare il proprio sapere con quello di altri ambiti; che sappia guardare il tutto prima che il particolare o quanto meno che sia in grado  di collocare il particolare all'interno di un tutto. In caso contrario la specializzazione diventa un vicolo cieco, una strada senza futuro.Come afferma ancora una volta Speciani: "Ciascun ambito specialistico, sempre più settorialmente suddiviso a mano a mano che la sua esclusiva  enciclopedia di nozioni ingigantiva fino ad essere indominabile, si è trovato sempre più distanziato dalla meta logica del suo programma di ricerca. Questa meta luminosa, che è l'uomo, appare ormai sempre più fioca nella distorsione prospettica, oscurata  com'è dalle sempre più numerose pareti, costituenti le successive scatole cinesi delle specializzazioni sempre più miniaturizzate". E ancora:"Così le università continuano (giustamente) a pretendere cinque anni di specializzazione prima  di consentire una resezione emorroidaria, ma nemmeno un'ora per la preparazione psicologica del medico di fronte all'uomo che soffre ."
Ponendosi in un'ottica di reale apertura e valorizzazione di ogni elemento positivo si potrebbero reperire infiniti elementi di grande utilità terapeutica e diagnostica. E un impiego intelligente e senza esclusione aprioristica delle più diverse metodiche terapeutiche porterebbe sicuramente a dei risultati eccezionali. Nessuna tecnica e nessun farmaco possono essere ragionevolmente proposti come soluzione a tutti i problemi ma disponendo di sistemi che ci permettono di testare sulla persona gli strumenti più adeguati al caso e le modalità di impiego più precise si possono certamente ottenere dei risultati incredibili.
Mi ha sempre molto colpito ciò che ho letto riguardo alla modalità di lavoro dell'equipe di scienziati  presieduta da Von Braun e che avrebbe portato il primo uomo sulla Luna. Di fronte ad ogni serio problema queste persone venivano invitate, in un clima rilassato, a formulare qualsiasi ipotesi di soluzione, anche le più strane ed incredibili e solo in un secondo momento le stesse ipotesi, nessuna esclusa, venivano vagliate con attenzione per escludere soltanto quelle che alla prova dei fatti avessero dimostrato una reale inconsistenza. Tale metodologia permise a quell'equipe di scienziati di fare dei passi da gigante e di vincere di fatto la cosiddetta "corsa spaziale".
Sistemi del genere sono sicuramente applicati correntemente  a vari livelli, specie quello industriale e bellico, dove esista cioè un preciso e concreto interesse ad evolvere e trovare delle soluzioni valide in breve tempo. Solo in Medicina purtroppo tale metodo viene ridicolizzato e ritenuto del tutto inapplicabile.
Intanto nonostante i numerosi proclami di vittoria e l'investimento di ingentissime risorse economiche ed umane , di fronte a tante malattie, il cancro in particolare, si è costretti a registrare una sostanziale impotenza. Dopo le varie illusioni sull'origine (batterica, virale, pre-virale etc.) è come se alla fine non si riuscisse a trovare una reale origine al problema. "In realtà non si trova nulla; non perché i ricercatori siano ciechi, ma perché non c'è nulla da trovare oltre all'uomo, il quale tuttavia è qualcosa di più della somma  riduzionistica  delle sue cellule costitutive. Solo in questo "di più", che però non precipita nelle provette, ed è legato unicamente all'uomo intero e non ai suoi deceduti frammenti,  si nasconde in modo abbastanza trasparente il cosiddetto mistero. Ma finora la scienza allopatica  ha diretto i suoi microscopi elettronici nella direzione sbagliata".(30)
Mi permetto inoltre di dire, ampliando un concetto già esposto, che tante capacità e potenzialità umane se non considerate ed esercitate tendono inevitabilmente ad atrofizzarsi sino quasi a scomparire. Volendo portare soltanto alcuni esempi, la diagnosi attraverso il polso, la diagnosi termica manuale, la diagnosi iridologica, la capacità di ascolto e osservazione del paziente; inoltre le possibilità sia diagnostiche che terapeutiche offerte dalla sincronizzazione del ritmo cranio-sacrale e le svariate possibilità di terapia attraverso le mani, sono altrettante strade potenzialmente presenti ed utilizzabili in ognuno di noi ma che non utilizzandole e non considerandole all'atto pratico è come se non esistessero.
Per portare un altro esempio, possiamo riandare alla storia dell'anestesia. Quando poco più di un secolo e mezzo fa Morton,Long e altri iniziarono gli esperimenti con l'etere, aprirono un capitolo nuovo e sicuramente importante della Medicina, permettendo in particolare una migliore riuscita  degli interventi chirurgici. Ma, senza nulla togliere al loro contributo, invece di imboccare la strada a senso unico delle sostanze chimiche, iniettive  o volatili che siano, fossero state condotte ricerche ampie e approfondite anche in altre direzioni (anestesia per mezzo dell'agopuntura, l'ipnosi, le stimolazioni elettriche transcutanee, solo per citarne alcune) oggi con tutta probabilità disporremmo di sistemi anestetici ed analgesici più duttili, più sicuri  e molto meno tossici.
Non consideriamo abbastanza a mio parere il fatto che imparare, per esempio, a battere a macchina con notevole  velocità e senza neppure guardare la tastiera può apparire agli occhi dei più come una vera e propria magia eppure chiunque ci può riuscire purchè si applichi adeguatamente. Ma anche il fatto di guidare semplicemente una macchina in mezzo al traffico congestionato di una grande città può apparire un'autentica magia per chi non abbia mai guidato, figurarsi poi se si tratta di guidare un aereo, eppure sono tutte capacità e potenzialità che chiunque di noi possiede.
Tutto questo dovrebbe farci comprendere che c'è in campo sanitario un grande potenziale umano con capacità e risorse incredibili che potrebbero essere sfruttate e adeguatamente sviluppate ma che invece vengono sempre più trascurate e disprezzate, affidandosi essenzialmente alla macchina e alla chimica del farmaco.
Piuttosto che continuare a perdere tempo nascondendosi dietro la pretesa di giudicare la "scientificità" o meno di tante tecniche "alternative", ci sarebbe piuttosto da ridiscutere ed analizzare i ritardi, le omissioni e l'assurdità di tanta Medicina ufficiale. Non per alimentare all'infinito la polemica ma piuttosto per rifondare una sola e vera Medicina che abbia come unico ed autentico scopo la salute e il benessere della persona.

12- Dopo aver cercato di dimostrare quanto sia importante nel campo della salute adottare un atteggiamento libero da preconcetti e perciò pienamente disponibile a valorizzare anche tutte le risorse presenti nel campo della Medicina non convenzionale di cui l'omeopatia costituisce una delle metodiche più preziose, vorrei tentare una lettura critica di alcuni fenomeni che tendono  ad inquinare in modo più evidente il mondo delle terapie non convenzionali. In particolare vorrei soffermarmi su due importanti questioni: il salutismo e la perdita della concetto di limite.
Per "salutismo" si vuole intendere  una attenzione eccessiva rivolta al fenomeno della salute e che porta ad assorbire la totalità delle energie personali. Tale atteggiamento tende cioè a trasformare la condizione di salute in un fine, anzi nel fine supremo della vita anzichè in un mezzo. In altre parole  la salute non sarebbe più quella condizione di benessere che permette alla persona di realizzare con più serenità e spesso con maggior pienezza il proprio compito, il proprio fine e il vero senso della propria ed irripetibile  esistenza. Al contrario, se la salute diviene il fine, allora tutto  le viene sottomesso. Si tende così in modo più o meno esplicito ad assumere un atteggiamento narcisista che costringe tra l'altro ad escogitare vari sistemi per allontanare da sè il timore della morte.
In altri termini, l'attenzione esagerata per la propria salute tende a produrre persone malate  di "salutismo". Come non si può vivere solo per mangiare  ma si dovrebbe mangiare piuttosto per vivere , così non si può vivere soltanto per curarsi.
Tale atteggiamento pur non essendo di sua unica pertinenza, è però piuttosto diffuso oggi nell'ambito della Medicina non convenzionale. Infatti tante metodiche e tecniche -generalmente positive- di pertinenza del non convenzionale che tendono a  valorizzare e ad esaltare le risorse personali, l'igiene di vita, l'attenzione ai propri ritmi ed equilibri fisiologici, favoriscono in diverse persone una polarizzazione esclusiva verso la dimensione della salute. Anche perché il benessere è comprensibilmente "contagioso" e quando lo si sperimenta con chiarezza si tende a non lasciarlo più in mano al medico o a non occuparsene soltanto quando ci si ammala. Inoltre l'atteggiamento che abbiamo già denominato "salutismo" viene sicuramente sfruttato ed alimentato da chi ha interesse -specifici operatori e venditori di prodotti- a creare pericolose e stabili dipendenze. Si rischia in tal modo di formare  "individui paghi delle loro ben-avere (chiamato impropriamente benessere), illusoriamente autosufficienti....(che) hanno eliminato ogni disagio mentale e fisico, ma in fondo individui superficiali che hanno smesso di cercare.... Si tratta di individui "belli" fuori ma vuoti dentro... ".(31)
Tra l'altro, assolutizzando la salute si è portati a considerare  sempre la malattia quale colpa od errore, magari ricollegandosi a situazioni reali o immaginarie di un passato remoto, finendo così per oscillare tra fatalismo ed onnipotenza.
Anche il secondo equivoco che possiamo chiamare "perdita del senso del limite" con  sviluppo conseguente di un'illusione di onnipotenza non è certamente nato con la pratica della Medicina non convenzionale. Al contrario è un atteggiamento che ha radici ben lontane e che sta sempre più diffondendosi nella società moderna, influenzando fortemente anche la Medicina ufficiale e i relativi operatori. Ma va precisato che mentre a livello ufficiale tale fenomeno è piuttosto un riflesso di una mentalità dominante ed è stato alimentato, come già detto, anche dalle tante innovazioni tecnologiche, vi sono invece ambienti e situazioni  in cui tale mentalità si va diffondendo a macchia d'olio, il modo esplicito ed anche apertamente teorizzato, attraverso una miriade di incontri, corsi, scuole, pubblicazioni di ogni tipo, e purtroppo tanta parte dell'ambiente umano legato alle pratiche della Medicina non convenzionale sembra particolarmente vulnerabile ad una simile lusinga. Ma anche questo incontro tra numerose pratiche non convenzionali e tale mentalità non è certamente casuale. Infatti nei capitoli precedenti si è cercato a più riprese di dimostrare l'importanza di guardare la realtà senza inutili chiusure e preconcetti proprio perchè soltanto a partire da una tale posizione umana si è in grado di scoprire dimensioni e percorsi nuovi che possiamo definire con maggiore precisione di linguaggio "paradigmi". La teoria della relatività, per esempio, costituisce un nuovo paradigma, cioè un nuovo modello di pensiero e di affronto di un aspetto del reale. Identicamente Freud costruisce un nuovo paradigma quando colloca l'origine di molti disturbi a livello di conflitti inconsci; come pure  le scoperte di Pasteur hanno contribuito, in parte al di là della sua stessa volontà, a sviluppare il paradigma infettivo. Ma se da una parte un nuovo paradigma costituisce un ulteriore "scalino" della conoscenza e dell'affronto della realtà (e pertanto non può essere neppure pienamente pensato rimanendo ancorati all'orizzonte conosciuto in precedenza), è pur vero allo stesso tempo che il nuovo "scalino" non può mai nascere dal nulla. Può trovare infatti appoggio soltanto sugli scalini  precedenti e si dovrebbe disporre alla scoperta di quelli successivi che molto probabilmente lo correggeranno o, a volte, addirittura lo smentiranno. Succede in altre parole come quando si sale verso la cima di una montagna. Ad ogni nuovo livello di altitudine si apprezzano orizzonti e particolari che sembravano inesistenti e impensabili  al livello precedente, ma è soltanto considerando ciò che ha permesso di arrivare sin lì ed aprendosi a ciò che verrà dopo che si può realizzare una chiara visione d'insieme.
Invece capita purtroppo molto spesso di incontrare direttamente o attraverso i loro scritti delle persone ("maestri" e capiscuola) che invece di aprirsi semplicemente ed umilmente ad altri paradigmi sembrano intenzionati piuttosto a rifare la realtà ex novo, preoccupandosi puntualmente di distruggere tutto il passato prima ancora  di favorire la costruzione di un nuovo presente e di un possibile futuro. La dinamica della conoscenza procede sempre per gradi anche nei momenti di più intenso sviluppo ed ha sempre necessità di individuare dei punti di riferimento che vadano oltre la stessa scoperta e la specifica intuizione. Quando si apre una nuova finestra per osservare uno  scorcio di paesaggio inedito occorre sempre tener conto di quale parete abbiamo utilizzato ed aperto e dove poggiano i nostri piedi. Perché l'uomo è fatto certamente  per guardare sempre più in là e per trascendere i limiti della propria realtà ma rimanendo al tempo stesso nella concretezza e nella realtà. Rimanendo cioè con i piedi per terra e non volando come vorrebbero troppi moderni "profeti". Questi falsi maestri dell'onnipotenza o, sarebbe forse meglio dire,della totipotenza, favoriti anche da certa psicologia tanto di moda, dopo avere ribadito che l'uomo è definito da un rapporto o che  è  un rapporto fino anche a negargli una specifica identità personale, non si accorgono che attraverso tale mito dell'onnipotenza ributtano l'uomo in una solitudine cosmica, sottraendolo ad ogni logica di rapporto. Perché per impostare un qualsiasi rapporto, per instaurare un dialogo tra un io e un tu occorre instaurare la componente del confine, del limite e perciò della finitezza. L'uomo nella sua finitezza, nel suo essere de-finito entra in rapporto e dialogo non solo con gli altri esseri definiti ma anche con l'infinito e con l'eterno proprio a partire  da un'urgenza interiore di infinitezza e di eternità.
Altrimenti una realtà privata di ogni limite e perciò di ogni confine è una realtà non più costruttiva e comunicabile,  in quanto viene privata della sua valenza oggettiva e lasciata invece totalmente alla mercè di un'interpretazione soggettiva ed emotiva.
Il desiderio di onnipotenza costituisce da sempre una grande tentazione, specie quando si riescano a compiere alcuni gesti "eccezionali" come, per esempio, quello di camminare senza grossi problemi sui carboni ardenti. Ma anche riuscendo in una simile impresa -e ci si può riuscire- sarebbe un pò come aver tolto qualche bicchiere d'acqua dall'oceano dei nostri limiti tipicamente umani. Un conto è la spinta a crescere e a superarsi, un altro è la tragica illusione di non aver più limiti e di poter appagare da soli  ogni nostro desiderio. Ammesso e non concesso che sia soltanto questione di "livello di coscienza", è innegabile che per raggiungere tale livello occorrerebbe comunque un tempo, una fatica, un cammino da seguire, una oggettività da rispettare e dunque si dovrebbe fare i conti almeno con questa serie di limiti.
Anche la trasgressione ha necessità di considerare delle regole; anche il superamento di una fase o di un confine ha bisogno di definire un dato di partenza; anche la spinta o la ricerca più avveniristiche hanno necessità di partire da una tradizione, cioè da un percorso umano in grado di formulare delle ipotesi sulla realtà e di conseguenza anche delle proposte educative.
Tra l'altro un simile atteggiamento tende inevitabilmente a portare sulla realtà uno sguardo totalizzante e perciò implicitamente religioso, favorendo però forme di religiosità a proprio uso e consumo, quali strumenti cioè per affermare il proprio potere e non come apertura ad un reale percorso di crescita. Anche qui parafrasando Eliot si potrebbe dire che "gli uomini hanno dimenticato tutti gli dèi, salvo l'Usura, la Lussuria e il Potere".
Per finire, non si può negare il fatto che tali illusioni, presenti oggi a vari livelli come abbiamo visto, vengano fortissimamente condizionate dalle attuali strategie educative. Argomento questo che pur meritando una estesa trattazione  sarà qui soltanto accennato.
Tra le demenzialità educative vomitate nel corso dei secoli, quella che oggi  domina nel mondo cosiddetto "civile" è sicuramente la peggiore in quanto si basa essenzialmente su un concetto di non educazione.
I genitori -la quasi totalità dei genitori moderni- che avrebbero il fondamentale compito di accogliere, contenere,  guidare i loro figli, hanno (spesso senza rendersene pienamente conto) semplicemente e tacitamente rinunciato a tale compito, adeguandosi supinamente ai desideri immediati e ai capricci dei loro figli, come se non esistesse altra possibilità. E i pochi che ancora resistono a tale sfacelo devono fare i conti quotidianamente con una mentalità dominante e delle regole sociali che sembrano punitive nei loro confronti.
Escludendo, quali elementi obsoleti e fuori moda, i concetti di limite, regola, confine e norma non si fornisce alcuna seria guida educativa, favorendo di conseguenza soltanto l'istintività più immediata e la falsa sensazione di essere superuomini o in altre parole di essere " come Dei".
Tutto oggi sembra fatto per i figli -almeno quelli che riescono a nascere-, per la loro comodità, per i loro diritti, ma non ci si accorge al tempo stesso che viene loro sottratto il diritto più fondamentale: essere presi per mano e guidati con sicurezza verso lidi e dimensioni che ancora non conoscono. In tal modo non si realizza neppure una reale accoglienza del figlio perché non si accoglie veramente qualcuno senza accogliere anche le sue più vere e profonde esigenze.
Favorendo l'uscita di scena del genitore con la sua autorevolezza e il suo bagaglio di esperienza, l'odierna modalità di educare -cioè di non educare- finisce per esaltare soltanto il fenomeno del consumismo e il controllo statale di tutti gli aspetti dell'esistenza; controllo che passa anche attraverso l'attuale servizio sanitario statale: "dalla culla alla bara" come recitava uno slogan di qualche anno fa.
Il  bambino cerca naturalmente e istintivamente un argine che lo contenga, una guida che dia forma ai propri impulsi confusi e contraddittori, un tu che permetta una sana identificazione dell'io. Proprio per questo è portato a saggiare e sfidare continuamente  tale argine. Invece troppo spesso -quasi sempre- oggi al posto di un argine sicuro il bambino trova una massa molliccia ed informe che non lo sostiene nella ricerca e nella conoscenza di sè e delle proprie reali potenzialità. "Non gli vengono dati  limiti ..., ma soltanto accenni e mezze verità, quindi il bambino non è neppure in grado di comprendere i genitori. Li percepisce come una massa morbida, che può trattare con forza per darle una forma più stabile"(32) E ancora " Il bisogno di onnipotenza sorge... dal fatto  che il neonato ha creduto di avvertire una sua superiorità, a causa della scarsa resistenza da parte dei genitori ".(33)
Il venir meno di una sana normativa, di una mano forte e sicura che prenda quella del bambino è dovuto prima di tutto al venir meno a vari livelli del significato della figura paterna. Ma invece "il padre rappresenta la memoria, il passato, le generazioni precedenti e nello stesso tempo l'orientamento per il futuro, per lo sviluppo dell'avvenire personale. In una parola, il padre è il polo dell'orientamento che assicura l'identità personale -o, più in concreto- è colui che dà il "nome", favorendo lo sviluppo della coscienza morale, promuovendo l'unità nelle tendenze contraddittorie del fanciullo e poi del giovane ".(34) Inoltre "senza padri, e senza la "terra" dei padri, si è apolidi più che  cittadini, senza memoria, senza radici, senza identità".(35)
"Dunque senza l'introduzione di una terza persona che esercita una funzione separatrice nel legame bio-affettivo tra la madre e il figlio, non vi è possibilità per il figlio di imparare a mettere ordine nei propri  desideri contraddittori e di acquisire la capacità  di distanziarsi dagli altri e dal mondo". (36)
Al contrario "il comportamento del padre che ricorre alla strategia fraternalistica è irresponsabile, oltre che falso e disorientante: favorisce esclusivamente i valori dell'auto condiscendenza e sostituisce il confronto con le lusinghe per ottenere il consenso".(37)
Ma anche " in una madre debole  e arrendevole il piccolo non riesce più a trovare sicurezza, sostegno e orientamento. Vive invece la paura della perdita, l'insicurezza. Per attenuare tale ansia, il bambino è costretto istintivamente a utilizzare soddisfazioni sostitutive: esercitare l'imposizione nell'ambiente è un'esperienza che appaga molte aspettative".(38)  Si crea così una dipendenza morbosa dal dominio.
Il  pronto soddisfacimento di ogni bisogno, la mancata esperienza della dilazione, della giusta attesa, l'incontro con degli adulti deboli  ed incapaci di porsi con decisione e autorevolezza nei suoi confronti  creano nel bambino un chiaro sentimento di onnipotenza. Non dimentichiamo tra l'altro che per mezzo di un semplice telecomando oggi il bambino può sperimentare una immensa quanto effimera potenza. "Con un pulsante  il bambino può far vivere o fare scomparire qualcosa di visivo e di sonoro - come se- avesse il potere di muovere e di distruggere tutte le creature del mondo ".(39)  Ma contemporaneamente in un simile contesto, cioè dove lui è il più forte, il bambino sperimenta anche un'intensa sensazione di angoscia e di insicurezza perché  non c'è più nessuno che lo protegge e lo guida rimanendo così in balìa di se stesso. Si crea in tal modo un terribile circolo vizioso in cui il bambino per superare l'angoscia di tale condizione ha necessità di sperimentare continuamente la sua capacità di dominio che si trasforma così in una scomoda prigione -una  dipendenza morbosa  dal dominio- in  cui non può mai permettersi di perdere. "Quanto più si sente minacciato dal potere di altre persone (al parco giochi, all'asilo), tanto più si attacca alla madre,... tuttavia, malgrado questo legame, il bambino  non si sente totalmente protetto, perchè avverte la madre come più debole e quindi deve dominarla. Un circolo vizioso dal quale non riesce a uscire!"(40)
L'illusoria onnipotenza infantile conduce sicuramente verso un atteggiamento di prepotenza. Termine che un tempo veniva inteso quale insulto ma che invece pare essere diventato una delle più desiderate caratteristiche di un figlio secondo i genitori moderni. Ma la prepotenza tende a creare violenza verso qualsiasi realtà interna ed esterna, che traduce l'incapacità ad un vero rapporto e ad un rispetto verso alcunchè. La violenza a sua volta, a seconda delle situazioni e della riuscita del proprio progetto, assumerà i toni del dominio o della disperazione.
Qualcuno potrà ritenere eccessivo questa parentesi  sui rapporti educativi ma anche qui ritengo che il criterio migliore sia quello di tentare di arrivare alla causa profonda del male, senza fermarsi alla superficialità e ritengo anche  che non sia possibile affrontare alcun problema serio e profondo di una società senza tirare in ballo la questione educativa e di conseguenza il ruolo insostituibile di una sana educazione e di una vera famiglia.

Omeopatia

L' omeopatia si basa essenzialmente su due principi.

1- Principio di similitudine: "il simile cura il simile".
Per ogni disturbo o malattia va impiegata quella sostanza -medicamento- che se usata nell'uomo sano produrrebbe la stessa sintomatologia psicofisica. In tal modo si stimola l'organismo ad attivare una reazione che gli permette di liberarsi dalla problematica iniziale. Per spiegare tale meccanismo è stato più volte fatto il parallelo con  quello della vaccinazione. L'esempio è pertinente ma soltanto come idea generale perché nel caso dell'omeopatia non si ha una reazione cellulare o anticorpale specifica, bensì soltanto una reazione "energetica" che coinvolge l'organismo a tutti i livelli.
Spesso si confonde a torto l'omeopatia con la fitoterapia; invece la terapia omeopatica utilizza svariate sostanze del regno minerale vegetale e animale che siano in grado, come già detto, di provocare un'utile reazione curativa.
I più importanti rimedi omeopatici sono stati accuratamente sperimentati a piccole dosi sull'uomo sano, ricavandone dei precisi quadri sintomatologici. Per altri rimedi minori ci si basa sia sulle conoscenze tossicologiche, sia sulla esperienza pratica derivante da più di due secoli di prescrizioni e osservazioni cliniche  ben documentate.

2- Principio di diluizione e dinamizzazione
I prodotti utilizzati subiscono dei passaggi di diluizione e dinamizzazione  che consistono nell'imprimere alle sostanze un preciso numero di scosse ad ogni ulteriore diluizione. Questa semplice ma precisa procedura riduce la tossicità della sostanza di partenza e ne accresce la potenza, cioè l'incisività terapeutica, che non essendo legata alla quantità di materia deve necessariamente risiedere sull'informazione energetica lasciata sul solvente.
Sul meccanismo d'azione dell'omeopatia sono in corso ulteriori ricerche e sono state avanzate nel tempo numerose ipotesi a favore e contro. Io vorrei limitarmi in questa sede ad una sola osservazione. Come si sa, molti detrattori di tale sistema curativo, non riuscendo a spiegarsi la sua capacità di guarire, tendono ad attribuirla al cosiddetto "effetto placebo". Pur riconoscendo l'assoluta inadeguatezza di tale tentativo di spiegazione, bisogna ammettere che, almeno in linea di principio, non è facile contestare radicalmente una simile ipotesi. Ma forse non tutti sanno che i prodotti omeopatici, specie quelli a più alta diluizione, tendono spesso a provocare all'inizio della terapia degli aggravamenti psicofisici notevoli del quadro  patologico. Un aggravamento certamente passeggero e che che non ha mai creato danni ulteriori alla salute, ma che è ben sperimentabile e spesso anche piuttosto scomodo. Ora se, almeno in linea teorica, è possibile ammettere l'effetto "placebo" quale stimolo alla guarigione, come si può però spiegare un aggravamento repentino, evidente e a volte marcato, all'inizio della terapia -al quale segue di norma un miglioramento o una guarigione- se la sostanza prescritta è, come dicono tanti sedicenti scienziati, soltanto "acqua fresca"?

Tipologie
Una terapia omeopatica può essere indicata e prescritta sia per un disturbo localizzato sia per una problematica generale ma più ci sarà corrispondenza tra la sintomatologia globale del paziente e il quadro del rimedio, più sarà possibile curare la persona nella sua globalità. In tal modo si potrà anche riuscire a prevenire tanti possibili disturbi che tenderebbero a manifestarsi nel tempo, realizzando così una vera Medicina preventiva.
Per fare un esempio, il rimedio Nux vomica potrà anche essere impiegato soltanto per trattare alcuni semplici disturbi digestivi -sempre che i sintomi corrispondano- ma si potrà realizzare una terapia ben più profonda ed efficace nel tempo se i disturbi, le tensioni emotive e alcuni tratti costituzionali tenderanno a corrispondere nel loro insieme al quadro di Nux vomica. In tal caso si parla di quadri generali, cioè di tipologie, come le 70 riportate di seguito.
La lettura e lo studio di tali tipologie può servire forse a conoscersi meglio e ad entrare in maggior confidenza con la terapia omeopatica, ben sapendo però che raramente una persona corrisponde in tutto al quadro di un rimedio e che infine ognuno è soltanto ed unicamente se stesso. Buona lettura!

Riferimenti e citazioni

(1) L. O. Speciani - "L'uomo senza futuro" Ed. Mursia pag. 14
(2) " Mi sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando,  o perchè o come, o dove. 
Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun dio; e questo non era mai accaduto prima  
Che gli uomini  negassero gli dei e adorassero gli dei, professando innanzitutto la Ragione 
E poi  il Denaro, il Potere  e ciò che chiamano Vita, o Razza  o Dialettica." T. S. Eliot - "Poesie" Oscar Mondadori  pag. 386/387
(3) L. O. Speciani - op. cit. pag. 13/14
(4) Ibidem pag. 116
(5) Ibidem pag. 106
(6) Ibidem pag. 107
(7) Ibidem pag. 40
(8) G. Sermonti - "Dimenticare Darwin" Rusconi Ed. pag.122
(9) Ibidem pag. 121
(10) Susruta:"Sutrastana"- Riportato in "L'uomo senza futuro" op. cit. pag.21
(11) L. O. Speciani - op. cit. pag.88
(12) Ibidem pag. 90
(13) Ibidem pag. 92
(14) "Pasteur"- di Pietro Dri - Le Scienze Ed. pag.64
(15) S. Cagliano - "Dieci farmaci che sconvolsero il mondo"- Laterza Ed. pag.91/93
(16) Ibidem pag. 31
(17) Ibidem pag.34
(18) Ibidem pag.36/37
(19) A.V. - Storia della Medicina - Walk Over Ed. vol. 1 pag.301
(20) P. L. Entralgo - "Il medico e il paziente"- Mondadori Ed. pag.52
(21) Ibidem pag.37
(22) Ibidem pag. 36
(23) Ibidem pag. 91/92
(24) Ibidem pag. 112
(25) E. Fizzotti - "Principi della Logoterapia" - logoterapia online it.
(26) L.O. Speciani - op. cit. pag. 103
(27) Fizzotti - op. cit.
(28) "La Professione" (mensile della federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri) giugno 2001
(29) L. O. Speciani - op. cit. pag. 39/40
(30) Ibidem - pag. 115
(31) P. Magliozzi - "Camillianum" 22 pag. 307
(32) Jirina Prekop - "Il piccolo tiranno" - Sonzogno Ed. pag147
(33) Ibidem pag 151
(34) G. Ambrosio - "Una società senza padri" - "Educare per" 1/2 2000 - Bonomi Ed. pag. 44
(35) Ibidem pag. 51
(36) Ibidem pag. 53
(37) Ibidem pag. 52
(38) Il piccolo tiranno - op. cit. pag. 129
(39) Ibidem pag. 127
 


Approfondimenti:

medicina alternativa  Articolo pubblicato su Journal of Medicine and the Person, maggio 2003

medicina alternativa  Dall'introduzione a un testo di medicina naturale

medicina alternativa  Lettera del dottor Smacchia in risposta ad un articolo riportato sulla rivista
   "Tracce" a proposito del caso Di Bella

   

siti consigliati