(...) 1. Nel campo della salute e della malattia assistiamo ad un fenomeno che definirei paradossale. Nonostante che ai nostri giorni i ritmi di vita diventino sempre più frenetici ed innaturali, quando l'aria, l'acqua e gli alimenti sono sempre più intrisi di veleni, si parla sempre più spesso di salute e anzi questa tende ad acquistare un valore assoluto, sintetizzato dalla frase: “basta la salute!”
Ma poi la salute viene fatta corrispondere quasi sempre alla semplice assenza di sintomi e non invece ad una reale condizione di benessere della persona guardata, nella sua interezza.
Quando la salute corrisponde all'assenza di sintomi, questi ultimi si trasformano inevitabilmente nel nemico numero uno da combattere ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, e come ad ogni macchia di sporco si trova un nuovo detersivo efficace, anche per ogni sintomo si cerca il farmaco più adatto a farlo sparire prontamente.
Ma porsi come primo intento reale (se non ideale) la soppressione del sintomo, vuol dire lavorare soltanto sulla facciata, cercando di tacitare prontamente e senza porsi ulteriori domande, il grido spesso drammatico che ogni essere umano esprime attraverso la malattia, il dolore e il disagio. E tali contraddizioni e censure risultano ancora più evidenti ed eclatanti allorché si affrontano le problematiche portate allo scoperto dalla patologia prevalentemente psichica.
In pratica tale atteggiamento conduce alla dimenticanza della persona reale, escludendo così il soggetto umano dal complesso della pratica medica, privandolo di un ruolo attivo e trasformandolo facilmente nel mero luogo fisico dello scontro tra l'operatore sanitario e la malattia.
Tra l'altro, la medicina moderna ha impostato il suo sapere in modo sempre più settoriale e a partire essenzialmente dall'organo malato, smarrendo così progressivamente l’integrità del suo oggetto-soggetto.
Per chi può condividere, almeno nella sostanza, quanto detto sin qui ci vorrà poco a capire che una tale Medicina è figlia dell'attuale cultura dominante e da questa viene alimentata con grande cura. Come non è affatto difficile comprendere che in tale contesto vi sono due grandi vincitori: l'illusione del potere fornita dalla conoscenza tecnica settoriale e l'economia legata al farmaco o alle strumentazioni specialistiche.
Eppure con tutto questo assistiamo ad un crescente scontento sia tra gli operatori sanitari, sia tra la maggior parte degli utenti e l'insoddisfazione di questi ultimi non pare legata semplicisticamente ad alcuni fenomeni di malasanità o all’eventuale scarsa cortesia usata da medici ed infermieri. Il forte scontento dell'utente ed il crescente ricorso alle terapie non convenzionali rappresenta anche qui, a mio parere, il sintomo di uno squilibrio più profondo e di non facile " guarigione”, perché è implicito nella stessa impostazione della Medicina moderna.
2. Oggi, nel campo della medicina si rende necessaria più che mai una rivoluzione radicale che permetta di spostare lo sguardo dalle proprie conoscenze e strumentazioni tecniche alla concreta irriducibilità della singola persona, perché si possa essere in grado di partire dalla persona e dalle sue esigenze più vere, per modellare, trasformare ed assemblare le proprie conoscenze e tecnologie.
Tale impostazione però per avere una sua dignità e non fermarsi semplicemente ad un pio desiderio, pur non partendo da una questione tecnica ma da uno sguardo diverso, credo che debba darsi necessariamente anche degli strumenti adeguati.
Affascinato dalla possibilità di dare concretezza a tale ipotesi, ho intrapreso più di 25 anni fa un cammino di verifica delle principali terapie non convenzionali, rimanendo però a contatto per lungo tempo con la pratica della medicina di base.
Dopo tutto questo tempo di assidua pratica clinica, ricerca e insegnamento in scuole libere per medici e terapisti, mi permetto di proporre alcune conclusioni:
A. Il successo delle medicine non convenzionali non è dovuto principalmente al fatto di essere, secondo la definizione data da qualcuno, un pò più morbide e più dolci, ma piuttosto perché tentano di affrontare la questione della salute e della malattia da prospettive diverse rispetto a quelle tipiche della Medicina ufficiale. Con un’espressione sintetica e perciò sicuramente incompleta, si potrebbe dire che, in generale, le medicine non convenzionali tendono a far leva su meccanismi vitali della persona, sbloccando, favorendo ed esaltando tali meccanismi; mentre la Medicina ufficiale insiste quasi a senso unico sulla soppressione e sul controllo di tali meccanismi. Non è certo un caso che la denominazione della maggior parte dei farmaci chimici moderni inizi con il prefisso “anti”: antiinfiammatori, antibiotici, antipiretici etc.
Sarebbe certamente del tutto fuori luogo negare in blocco il valore delle conoscenze e delle complesse strumentazioni di cui si è dotata la Medicina ufficiale. Conoscenze e strumentazioni che la rendono, a mio parere, assolutamente vincente almeno sul campo della cosiddetta medicina d'urgenza.
Anche nelle facoltà di Medicina si insegna, tra l'altro, che l'infiammazione e la febbre sono dei meccanismi di difesa, che il dolore è un segnale d'allarme e che, in generale, il sintomo rimanda sempre ad altro. Ma allora perché non provare ad ascoltare e a favorire ciò che di buono l'organismo sta già mettendo in atto attraverso la sua sintomatologia? E, pur senza scandalizzarsi di usare il prodotto chimico quando veramente necessario, perché non dovrebbe esistere una Medicina biologica, come esiste una agricoltura biologica che punta sull'esaltazione dei meccanismi naturali di difesa delle piante?
E come potrebbe svilupparsi una seria Medicina preventiva se, impiegando le metodiche ufficiali, si è in grado di riconoscere un problema di salute soltanto quando vi sono evidenti segni clinici, quasi sempre di tipo organico?
Inoltre l'efficacia di un tipo di terapia non può essere valutata soltanto sui risultati immediati, ma anche su quelli a distanza. Infatti se, nell'intento di cancellare velocemente un sintomo, apro la strada all'insorgenza di problematiche nuove e a volte di maggiore gravità, qual’è il reale guadagno ottenuto?
Mi permetto comunque di ripetere che la questione centrale non è arroccarsi sull’una o sull'altra posizione quanto piuttosto di prendere in seria considerazione una reale possibilità di integrare tutti gli strumenti e le conoscenze che risultino utili a mantenere o ripristinare un'autentica condizione di salute.
B. Se si guarda con attenzione e senza paraocchi la realtà della salute e della malattia, indagando su un passato anche piuttosto recente, ci si accorge che mentre alcune tecniche curative sono state " scelte " quali contenuti del bagaglio operativo del medico moderno, tante altre sono state invece " escluse " e " censurate " senza motivazioni convincenti. Mi riferisco a metodiche di tipo riflessoterapico, nutritivo, fisioterapico, relazionale, manipolativo ed altro ancora. Ed ora, guarda caso, assistiamo al fenomeno del ritorno in auge di tali tecniche “ inutili” o “non scientifiche”, fruite da circa il 30% della popolazione.
Non ho mai pensato che la verità delle cose si potesse misurare in termini esclusivamente di resa economica o di gradimento popolare, ma non posso evitare di domandarmi perché tutta questa gente dovrebbe continuare a seguire nel tempo delle terapie simili, pagando di tasca propria in termini economici e di impegno personale, senza vedere dei risultati positivi e ben tangibili.
Tra l’altro, per impattare la questione delle terapie non convenzionali non bisogna andare molto lontano in quanto è sufficiente anche iniziare dal campo alimentare e da quello psicologico. Credo infatti che oggi nessuno voglia o sia in grado di negare gli effetti di una alimentazione più o meno sana sulla salute. Eppure oggi si esce normalmente dalla facoltà di Medicina senza conoscere nulla di serio sulla alimentazione. Esiste la figura del dietologo, ma il medico nel suo lavoro quotidiano, non sapendo dove “mettere le mani”, è costretto a lasciar da parte la questione alimentare.
Allo stesso modo, nessuno oggi nega più l’esistenza delle malattie psicosomatiche, tanto che qualcuno è arrivato a chiedersi se esistano malattie che non siano psicosomatiche, visto che il corpo e la psiche formano un insieme inscindibile. Eppure oggi si iesce normalmente dalla facoltà di Medicina senza sapere nulla di psicologia, e comunque il medico all'occorrenza deve fare affidamento unicamente su proprio “buonsenso”.
Ma allora qual è la vera funzione del medico? Quella di semplice dispensatore di farmaci o quella di costituire la figura centrale del mondo sanitario, con la capacità di accogliere in modo serio la domanda di salute del paziente?
Se si considerano bene tutti fattori in gioco, la prima domanda da porsi non è tanto se tutte le terapie non convenzionali siano sempre realmente efficaci, ma piuttosto perché tante conoscenze e tanti preziosi strumenti vengano di fatto esclusi dalla pratica medica quotidiana.
C. A proposito dell’efficacia clinica di tali terapie, oggi, sulla scorta dell'esperienza mia e di tanti colleghi ed amici, sono in grado di affermare tranquillamente che non ho alcun dubbio. E le esperienze suddette non si riferiscono a patologie lievi, semplici e magari "immaginarie", ma piuttosto a quadri clinici seri e spesso documentati da montagne di esami strumentali. E gli operatori a cui ho fatto cenno e con i quali mi confronto, sono perlopiù medici, regolarmente laureati e abilitati alla professione, forniti a volte di varie specializzazioni. Tutta gente che non è interessata a giocare ma a fare i conti con la realtà concreta e talvolta molto dura della malattia e del dolore, ricercando semplicemente le soluzioni più adeguate.
Chi guarda tale realtà dal di fuori e magari scavalcando l'illusione che le sole realtà e verità siano quelle contemplate dalla scienza ufficiale, può essere portato a pensare che tutta la questione si possa risolvere colonna una giusta “sperimentazione” che dica una volta per tutte se tali pretese di efficacia siano fondate oppure no. Ma purtroppo la questione non è così banalmente semplice, e non per desiderio di nebulosità o per timore di un serio confronto, ma semplicemente perché la quasi totalità delle metodiche non convenzionali procede con meccanismi personalizzati e difficilmente omologabili.
Il metodo cosiddetto in “doppio cieco”, che è poi l'unico accettato a tutti gli effetti dalla scienza medica ufficiale, sembra studiato apposta e unicamente per quest'ultima. Infatti solo scomponendo le parti, isolando una funzione, focalizzandosi su un preciso sintomo ed utilizzando per tutti i casi lo stesso rimedio, può venire impiegato correttamente il suddetto metodo di verifica.
Ma come si fa a valutare in “doppio cieco” un trattamento di agopuntura, l'efficacia di un rimedio omeopatico, una seduta di kinesiologia applicata o un percorso di psicoterapia, se tutte queste metodiche hanno un’impostazione nettamente globale e personalizzata? E come si fa a dimostrare “scientificamente” il risultato ottenuto in un caso clinico, quando vengono impiegati in un percorso terapeutico diverse metodiche e diversi rimedi, assemblati in modo unico e personalizzato, per rispondere a quella singola e irripetibile situazione?
Con tutto questo è pur vero che esiste una ricca bibliografia di tutto rispetto che cerca il più possibile di riportare puntualmente i risultati di studi, ricerche ed esperimenti nel campo delle Medicine non convenzionali, ma che purtroppo viene normalmente snobbata per motivi che nulla hanno da spartire con la sbandierata scientificità o con un sano desiderio di confronto.
Sono perfettamente d'accordo sul fatto che qualsiasi intuizione o teoria debba fare i conti, prima o poi, con la realtà dei fatti dimostrando così la sua concreta validità, specie in tempi in cui esistono correnti di pensiero che tendano a negare persino la concretezza del reale; ma questo è ben altra cosa dal ritenere che esista un soggetto neutrale in possesso di un metodo sempre valido per arrogarsi il diritto di tale giudizio.
In merito a questo, mi permetto di portare un piccolo esempio.
Se nella mia pratica clinica curo un bambino debilitato, immunodepresso, bombardato da anni con antibiotici e lo riporto in un certo lasso di tempo ad un livello di salute ben diverso, documentato anche dalla sensibilissima riduzione delle infezioni contratte, tale cambiamento deve poter essere riconosciuto con sicurezza almeno dei genitori, dal bambino stesso e da me che l’ho curato, altrimenti resterebbe una sterile fantasia, ma è forse facile dimostrare “scientificamente” questo semplice fenomeno? L'esperienza mia e di tanti altri operatori sanitari, unita a quella di altrettanti genitori, dimostra che nella maggior parte dei casi non è possibile addirittura la semplice comunicazione del fatto presso chi rappresenta la scienza ufficiale.
Proprio per questi motivi è indispensabile un tipo di confronto molto paziente, accettando di partire da presupposti estremamente diversi e lontani.
La posta in gioco non è prima di tutto l'inserimento nelle prestazioni del servizio sanitario nazionale di tutte le medicine non convenzionali, quanto piuttosto che esista un’ampia disponibilità di strumenti per chi voglia curare e farsi curare in modo più umano e globale.
Da parte dell'ufficialità, (in sostanza la parte dello stato), si devono certamente garantire le basi della convivenza civile e per esempio che qualsiasi terapia non arrechi un chiaro danno alla persona, che non si spacci per medico chi non lo è etc.ma pretendere che un organismo ufficiale, preso dentro mille condizionamenti di tipo politico, economico e culturale, posso porsi come arbitro assoluto ed imparziale, giudicando in breve tempo realtà e dinamiche terapeutiche che hanno spesso alle spalle tradizioni secolari, è un qualcosa di assolutamente ridicolo e fuorviante.
Per finire, so bene che un singolo caso di guarigione, fosse anche il più eclatante, non è scientificamente indicativo, come “una rondine non fa primavera”. Ma è possibile essere medici e non incuriosirsi positivamente di fronte anche ad una sola persona che asserisce di essere guarita da un problema serio, curandosi con metodiche non convenzionali? E come non dare importanza alcuna all'attenta e prolungata osservazione di certi fenomeni?
Se io dovessi dar credito alle teorie ufficiali sull'argomento, dovrei negare la realtà che osservo ogni giorno da più di 25 anni.
D. Molto spesso si attribuisce il risultato di tante terapie al cosiddetto “effetto placebo”. Ora, a parte il fatto che tanti risultati non sono assolutamente spiegabile in soli termini di effetto placebo, mi domando, se tale effetto è così importante, perché non valorizzarlo invece di denigrarlo.
È evidente che una persona che venga aiutata ad assumersi la responsabilità della propria salute, che sia in grado di mobilitare le rimanenti energie vitali per mezzo di adeguati rimedi e in un corretto rapporto medico-paziente, è sensibilmente favorita nel suo processo di guarigione, anche in patologie di notevole gravità. Ma allora perché non prendere in considerazione tutto questo senza limitarsi a seguire dei semplici protocolli terapeutici, come se le medicine fossero dei bulloni e le persone delle macchine?
3. Oggi si sa per certo non solo che psiche e soma sono strettamente collegati, ma addirittura che nel campo della salute tutto interferisce con tutto. Cioè ogni parte, ogni funzione è strettamente collegata con tutte le altre, perché infine la persona è una.
Tutto questo ha dell'implicazioni pratiche notevolissime, tanto da non potersi considerare pienamente corretta la risposta ad una domanda di salute senza che venga considerata tutta la persona.
La soluzione non è rappresentata in modo semplicistico dalla pratica di una tecnica non convenzionale, ma è certo che l'insieme di tali tecniche offre delle risorse notevolissime, suggerisce modalità di affronto più adeguato alla questione e potrebbe integrarsi senza grossi problemi con quanto di meglio viene messo a disposizione dalla Medicina ufficiale.
Alla facile obiezione che quanto vado dicendo tradisca una volontà di onnipotenza, rispondo con due semplici argomentazioni.
Prima di tutto qualsiasi percorso di formazione medica, compreso quello offerto nelle nostre università, si sforza di dare una conoscenza tendenzialmente globale. Che si direbbe infatti di un medico che non conoscesse le principali funzioni fisiologiche umane, anche se non rientrano nello specifico intervento che gli viene richiesto nella pratica quotidiana? Il problema è che ci si è incanalati in una direzione talmente organicistica e meccanicistica che ha bloccato troppi orizzonti.
Come si fa oggi a non essere in grado di riconoscere che un certo tipo di dolore o di disturbo corrisponde perfettamente al percorso di un meridiano di agopuntura? È serio che il medico moderno non conosca i principali punti riflessi dell'organismo che permettono in tanti casi di risolvere in pochi minuti delle situazioni patologiche che si trascinano per mesi o anni? E come si fa a non possedere gli strumenti per collegare un problema posturale o, per esempio, una lombalgia con un disturbo emotivo o una malocclusione dentale?
Si può naturalmente continuare a fare l'oculista, il ginecologo o il chirurgo ma come si può fare a meno di saper leggere i vari problemi di salute e in un orizzonte più vasto? Magari anche solo per capire da chi farsi aiutare o a chi indirizzare il paziente; perché gli attuali tentativi di integrare e posteriori le varie specialità assomigliano tanto all'impossibile ricomposizione di un puzzle di cui ognuno possiede un suo pezzo, senza sapere come collegarlo con gli altri.
In secondo luogo, il rischio di un atteggiamento onnipotente, coltivato già fin troppo, anche se con accenti diversi, sia in campo ufficiale sia in quello non convenzionale, sfumerebbe ben presto proprio nel porsi in umile ascolto di fronte all'insormontabile mistero della persona che deborda sempre e comunque sia le nostre conoscenze tecniche, sia le relative risorse terapeutiche.
Anzi è proprio questo che dovrebbe spingerci a non rimanere bloccati sulle nostre consolidate posizioni.
E comunque non si riesce mai a guarire tutto per almeno tre ordini di motivi. Primo, per l'oggettiva gravità della malattia in relazione alle difese personali o agli strumenti terapeutici. Secondo, per l'eccessiva complessità del quadro patologico. Terzo, per l'indisponibilità del soggetto a seguire l'iter terapeutico che lo porterebbe a guarire.
4. Ciò che può permettere comunque una seria rifondazione della Medicina e una sana trasformazione della figura del medico, non può essere prima di tutto né la conoscenza nella pratica di una o più tecniche alternative e neppure la totale integrazione di queste con la Medicina ufficiale. Ciò da cui si può veramente partire è solo una posizione umana diversa. Così radicalmente umana e diversa da non idolatrare la propria immagine, né il “potere” basato sulle proprie conoscenze e sugli strumenti relativi. Ma così libera e attenta alla persona da sapersi mettere in discussione continuamente e disponibile perciò a usare di tutto senza inutili chiusure o preconcetti.

Approfondimenti:
Articolo
pubblicato su
Journal of
Medicine and the
Person, maggio
2003
Dall'introduzione
a un testo di
medicina
naturale
Lettera del
dottor Smacchia
in risposta ad
un articolo
riportato sulla
rivista
"Tracce"
a proposito del
caso Di Bella
Prefazione al
testo: "Nuove
tipologie in
Medicina
naturale"
(per cominciare
a capirci
qualcosa)